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Pacifico – conferenza stampa per la presentazione dell’album ”Bastasse il cielo” in uscita l’8 Marzo

Oggi si è svolta la prima conferenza stampa di Pacifico, cantautore e autore tra i più stimati del panorama italiano, Pacifico, all’anagrafe Gino De Crescenzo, ha all’attivo 5 dischi di inediti (“Pacifico”, “Musica Leggera”, “Dal giardino tropicale”, “Dentro ogni casa”, “Una voce non basta”). “Bastasse il cielo” è il titolo del prossimo album in uscita l’8 marzo 2019.

Nel 2001 pubblica l’omonimo album d’esordio “Pacifico”, che gli varrà la targa Tenco come “Migliore opera prima”, il Premio Grinzane Cavour per il testo del brano Le mie parole, il Premio del Critico al P.I.M. (Premio
Italiano della Musica) nel 2002 organizzato dal settimanale Musica di La Repubblica e da Radio Deejay. Qui l’intera biografia Biografia

L’ album ”Bastasse il Cielo” esce dopo 7 anni dall’ultimo lavoro ”Una voce non basta”, la produzione artistica è di Alberto Fabbris che ha avuto un ruolo fondamentale nel mettere insieme gli artisti più talentuosi per la creazione di musica di alta qualità per i delicati testi e musiche scritte da Pacifico.

le collaborazioni con i musicisti sono:
Michael Leonhart, tromba, flicorno: Steely Dan, Plastic Ono Band, Mark Ronson, BrunoMars, David Byrne, Brian Eno, Caetano Veloso
Alan Clark, pianoforte, mellotron: Dire Straits, Trevor Horn, Bob Dylan, Tina Turner
Amedeo e Simone Pace, chitarre, batterie, programmazioni: Blonde Redhead
Mike Mainieri, vibrafono: Dizzy Gillespie, Billie Holiday, Steps Ahead, Paul Simon, Dire Straits, Billy Joel, Pino Daniele
Cochemea Gastelum, tenor sax: Amy Winehouse, Archie Sheep, Paul Simon, Beck, Public Enemy, The Roots –

Il disco è stato pensato, scritto e realizzato a Parigi.
Nel mio studiolo nel diciannovesimo arrondissement, il
Pippapà Studio, nome inventato da mio figlio, una sua personale rivisitazione della frase che gli dicevo salutandolo sulla porta di casa: «Papà va in studio a lavorare».

Per motivi sentimentali Pacifico si trasferisce a Parigi, afferma che non è una fuga dall’Italia ma una scelta di vita.

Questo è il mio sesto disco. Dal disco precedente sono passati sette anni.
In mezzo c’è stato “In cosa credi”, una breve raccolta di brani non entrati nei dischi ufficiali.

È un disco rimbalzato da una parte all’altra del pianeta. Catapultato da un fuso orario all’altro grazie a una semplice pressione sul tasto Invio. Un disco transitato nei cloud, dove ha fatto anticamera nell’attesa di essere ascoltato. È partito da Parigi, ha atteso sopra India, Turchia, Inghilterra, Stati Uniti, Italia. È stato ascoltato, manipolato, e alla fine me lo sono ritrovato famigliare ma trasformato nella mia casella di posta. Come un adolescente che torna da una vacanza studio. È un disco pieno di affetto. Di attenzione. Di annotazioni e dettagli. Non arrivo a dire un disco pieno di amore. L’amore nelle canzoni e nella vita si prende tutto. È facile da dire, è uno slogan. LOVE, è una parola semplice e comunicativa, bella per le magliette e per gli inni. Ma è, alla fine, una questione privata, intima. L’amore per la persona con cui vivi, per un figlio, l’amore che ti manca. Non può essere per tutti, nessuno ha tanto spazio dentro.

È l’attenzione il Caro Estinto. Quella è una dimensione più pubblica dell’amore. L’amore appaga un bisogno personale, l’attenzione è uno sguardo rivolto all’altro. È di quello che sento la mancanza.Della possibilità di sentire per immedesimazione. Di non aver tempo per sentire cosa sentono gli altri. Vedo come rispondo, come scrollo, come rispondo alla chiamata A me gli occhi del display. Vedo le risposte che si danno, tutte sbrigative e non verificate, tutte basate non sui fatti ma sulle sensazioni.

Ho scritto le parole e la musica. Ma nel disco è entrata molta musica imprevista, che avevo desiderato ma non scritto. In questo senso è quasi un disco fatto in due.

Alberto Fabris, amico fraterno e collaboratore storico di Einaudi, ha riunito intorno al nucleo delle canzoni da me realizzate alcuni musicisti preziosi. Di quelli rari, ancora in gioco, incasinati con la famiglia e con la ricerca. Di quelli che ancora pensano in maniera complicata per poi arrivare a soluzioni naturali. Di quelli che a pagarli non c’è il budget, basta scorrere la lista di collaborazioni. Ma che se trovi il linguaggio giusto – fatto di educazione, rispetto e sensibilità -suonano e ripetono le parti finché tutti non sono contenti. Musicisti che lui conosce personalmente, che ha invitato, convinto a partecipare per poco e niente, che ha diretto artisticamente.
Quindi c’è una parte di costruzione solitaria, musica maniacalmente rifinita o allegramente strimpellata in uno stanzino nel diciannovesimo arrondissement. E poi c’è questo assemblatore d’orchestra, Alberto, che riunisce intorno ai brani musicisti americani, turchi, trasferitisi a Goa, o in via Paolo Sarpi a Milano.
Il disco è diventato una session allargata. Arrangiamenti, batterie, archi, fiati, pianoforti vagamente intonati o gran coda impeccabilmente suonati, chitarre baritono, sassofoni, trombe con sordina, viole agili e sospese senza fatica, come colibrì.

”Bastasse il cielo” è stato un bellissimo viaggio da fermo. Come quando da ragazzo orientavo l’antenna di una radio nel buio, di notte, cercando voci greche e albanesi. Come quando durante una scampagnata serale, nella notte di San Lorenzo, ti perdi a guardare il vuoto nero tra le stelle. E finalmente è bello e giusto tacere, e ti senti messo al tuo posto, tu come tutte le formiche del prato intorno a te.
Come quando suono e cerco ancora il mio meglio, e fantastico di sentire un pianoforte sul brano, magari suonato in uno studio distante migliaia di chilometri da me. Lo fantastico. E ancora qualche volta succede.

Non ho messo in queste canzoni la parola Bellezza. Sento sempre che la bellezza ci salverà, ma diffido. La bellezza non ci salverà. La bellezza passa. Temo che il richiamo alla bellezza sia auto indulgente, sia la pigra reazione alla distruzione del patrimonio di bellezza che ci è stato lasciato. Le cupole dorate che si sbrecciano e franano, le biblioteche esposte all’umido e alle inondazioni, la cultura, che è un albero che cresce o si ripiega verso terra ad ogni generazione. Niente che non curiamo ci e si salverà, temo.
A questo proposito, so per certo che il Cielo non basterà.




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