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CARMEN – il debutto nell’opera lirica della regista teatrale Emma Dante. Protagonista la straordinaria voce di Anita Rachvelisvili, in prima serata su RAI5

CARMEN

Lo spettacolo, diretto da Daniel Barenboim, ha segnato il debutto nell’opera lirica della regista teatrale Emma Dante, che porta sulla scena la sua Sicilia in sostituzione della Siviglia messa in musica da Bizet.

Protagonista la straordinaria voce del mezzosoprano georgiano Anita Rachvelisvili, all’epoca giovanissima debuttante e poi diventata una star dei palcoscenici più prestigiosi, nonché la Carmen di riferimento degli ultimi anni. Accanto a lei il grande tenore tedesco Jonas Kaufmann nei panni di Don José, il basso Erwin Schrott come torero Escamillo e il soprano Adriana Damato come Micaela.

L’allestimento, con le scene di Richard Peduzzi e i costumi della stessa Dante, vede la partecipazione degli attori della “Compagnia Sud Costa Occidentale” diretta da Emma Dante, e degli Allievi della Scuola di Ballo del Teatro alla Scala diretta da Frédéric Olivieri. Regia televisiva di Lorena Sardi.

Ha inaugurato la stagione del Teatro alla Scala di Milano il 7 dicembre 2009 la Carmen di Bizet che Rai Cultura propone in prima serata mercoledì 20 maggio alle 21.15 su Rai5 (canale 23).

Carmen senza vergogna (note di regia)

Emma Dante

In una piazza del sud, con una fontana al centro, i muri si sgretolano in polvere rossiccia dando la sensazione che da un momento all’altro potrebbero crollare del tutto; tra queste mura che segnano i confini di un paese dell’entroterra si sviluppa la trama di una storia popolare, vissuta a cielo aperto, sotto gli occhi di poveracci, truffaldini, operaie, militari e ragazzini con le pezze al culo.

Una storia con pochi segreti dove tutto è esposto in maniera estrema e grottesca ma nello stesso tempo intima e delicata. Una purezza di fondo c’è nel gioco di seduzione che una zingara mette in atto, una purezza che è tipica degli animali e dei bambini, nei cui comportamenti s’intravede qualcosa di angelico. Perché non esiste vergogna in Carmen, non esiste volgarità.

Essere Carmen significa trasgredire le regole; allontanarsi dal moralismo e dall’ipocrisia di certi ambienti per bene dove l’orrore c’è, ma è ben custodito lontano dalla vista.

Essere Carmen significa provare l’ebbrezza della libertà, reggere il sacrificio della scelta, sentire il peso del libero arbitrio e di conseguenza mettere in discussione l’esistenza di Dio.

Al cospetto di un paese fortemente influenzato dalla chiesa cattolica vive una Carmen laica, in assoluta autonomia e indipendenza, nonostante l’arre- do sacro che la circonda tenti continuamente di convertirla: la croce che al- l’occorrenza viene piantata dai due chierichetti, il parroco sempre pronto a dir messa, il vestito da sposa di Micaëla come simbolo della sua verginità e del suo desiderio di matrimonio, l’amitto-bavaglio delle recluse-operaie co- strette a vivere ammassate dentro una fabbrica monastica, il grande pannello degli ex voto (gambe, braccia, polmoni, reni, teste e cuori di cera) per propiziare una buona riuscita della corrida, a cui Escamillo appende un braccio pregando che nello scontro col toro il suo corpo resti intatto, e infine il carro funebre spinto dai due incappucciati col corteo di cinque prefiche velate di nero pronte a catturare l’anima.

Carmen va spavalda incontro alla morte e se ne frega di finire tra le fiamme dell’inferno. Come le eroine greche, ribelle per natura, non resta nei ranghi più di mezza giornata. Diserta. Si oppone alle regole. Vive raminga per vocazione e anche se si dà a chi dice di amare realmente non è mai di nessuno. La musica “mediterranea” di Carmen, citando Nietzsche, spinge all’intuizione simbolica dell’universalità dionisiaca, generando appunto il mito, e precisamente il mito tragico.Gli scippi, i piccoli crimini, il pestaggio dei ladruncoli, lo sfruttamento delle donne operaie e dei ragazzini fanno parte di un mondo, come quello descritto da Mérimée, in cui la disperazione, il degrado nascono dalla necessità di elaborare il concetto del tragico.

Negli ambienti più degradati, nei bassifondi, c’è una passione esplosiva e in- controllata, un amore inteso come fatalità: innocente, crudele e perciò naturale! Carmen fa paura. A tutti. Alla chiesa e alla società. E anziché eroina mitica le viene offerto il posto di martire contemporanea di un paese bigotto.

Non credo in una lettura realistica di quest’opera, nella misura in cui attraverso il realismo si immagini un’imitazione della realtà. Credo invece in un’interpretazione della realtà dove il paesaggio è macchiato da qualche pennellata surreale.
Il popolo che frequenta Carmen si annida nelle intercapedini di un paese verticale dove i blocchi di tufo e mattoni tendono a compenetrarsi con altri blocchi di tufo e mattoni, dove pozzi di luce, piazzole interne, finestre mura- te e crepe ai muri, sono il recinto dentro il quale si vive e si muore. È impossibile uscirne a meno che il carro vuoto non entri a prendere il predestinato. Il carro vuoto è il nostro sguardo che s’intrufola nella storia e dopo un viaggio lungo e ammaliante porta Carmen via con sé. “Nell’udirla si diventa noi stessi un capolavoro”, scrive ancora Nietzsche.

L’opera si apre con il corteo del carro vuoto che simbolicamente attende di ricongiungersi a Carmen, il cui destino è segnato sin dall’inizio. Il carro è rap- presentato come una bara del sud e le prefiche, a ogni piè sospinto, piango- no a comando. La processione ritornerà in tutti gli atti della tragedia, presagio di morte, finché alla fine del quarto atto, sul carro, il corpo esanime di Carmen verrà involto in un manto sacro.
Troppo colore disturba e rischia di allontanare lo sguardo. Il grigio, d’altro canto, addormenta. Deve esistere una gradazione di mezzo che non sia troppo violenta per la nostra sensibilità e non troppo delicata per la nostra giusta dose di cinismo.

Il fatto di cronaca rivelato in quest’opera accattiva, eccita… qualsiasi amato vorrebbe uccidere l’amata, e viceversa, se non altro per dimostrare il suo amore. L’eros e la morte sono amanti, si seducono, s’inseguono costantemente. Nel quarto atto Carmen punterà a Don José un coltello intimandolo di lasciarla passare ma quando lui riuscirà a disarmarla, ripuntandoglielo a sua volta, lei stessa, ormai spacciata, si spingerà la lama dentro le viscere. Come una penetrazione finale e clamorosa. Con il sacrificio di sé stessa fino alla morte. “ Jamais Carmen ne cèdera! Libre elle est née et libre elle mourra!

fonte http://www.emmadante.com/