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Biennale di Venezia – il programma fino al 26 maggio dei Classici fuori Mostra 2022 cinema restaurato

Biennale di Venezia

Classici fuori Mostra 2022
Festival permanente del cinema restaurato

Si terrà a Venezia dal 10 febbraio al 26 maggio, ogni giovedì alle ore 19 al Cinema Rossini (Salizzada de la Chiesa o del Teatro, 3997), la terza edizione della rassegna cinematografica Classici fuori Mostra. Festival permanente del cinema restaurato, organizzata dalla Biennale di Venezia in collaborazione col Circuito Cinema del Comune di Venezia e i docenti delle classi di cinema dell’Università Ca’ Foscari di Venezia e dell’Università IUAV di Venezia.

Saranno presentati quattordici classici (e un “dietro le quinte”) recentemente restaurati dalle principali cineteche di tutto il mondo, in versione originale con sottotitoli in italiano. Ogni film sarà preceduto dalla presentazione di un esperto e seguito da una sessione di domande e risposte col pubblico. Particolari facilitazioni riguardano gli studenti (biglietto ridotto 3 euro, abbonamento ridotto 30 euro, biglietto intero 6 euro).

Ritorna Classici fuori Mostra, preceduta dal successo delle due precedenti edizioni, tenutesi rispettivamente nell’arena all’aperto dei Giardini nell’estate 2020 e al Teatro Piccolo Arsenale nell’estate 2021 dichiara il Direttore della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica Alberto BarberaCon la terza edizione non soltanto si dà continuità a un’idea di proposte che eccedono il periodo canonico di svolgimento della Mostra del Cinema, rivolgendosi ai residenti, ma si propone un ulteriore obiettivo. Che consiste nel coinvolgere – con la concreta e preziosa collaborazione delle Università cittadine e dei suoi docenti di cinema, ai quali va il nostro sentito ringraziamento – la vasta popolazione studentesca che anima Venezia, con l’ambizione di accoglierla tra i protagonisti di questa iniziativa. Per questo motivo, anche, ogni film sarà preceduto dalla presentazione di un esperto (docenti e critici hanno accettato con entusiasmo di prestarsi a quest o compito di mediazione) e seguito da una sessione di “Q&A” al termine della proiezione stessa. Una riedizione della vecchia formula del cineforum, che sta tornando in voga in virtù della curiosità e della voglia di confronto che il cinema sembra nuovamente stimolare dopo anni di fruizioni domestiche e passive ”.

Primo film in programma – giovedì 10 febbraio al Cinema Rossini (ore 19) – The French Connection (Il braccio violento della legge, 1971) di William Friedkin, con Gene Hackman, Fernando Rey, Roy Scheider, un classico del nuovo poliziesco americano anni Settanta, che ha rivoluzionato le regole del noir investigativo, influenzando il cinema d’azione successivo. Premiato con cinque Oscar – miglior film, regia, montaggio, sceneggiatura e attore protagonista (Hackman) – il film stupisce anche per il dinamico stile di regia di William Friedkin (L’esorcista, Vivere e morire a Los Angeles) nelle sequenze degli inseguimenti d’auto. Restauro a cura di The Walt Disney Studios. Presenta Michele Gottardi.

I quattordici titoli che compongono il programma provengono da cinematografie vicine e lontane. Non ci sono solo classici che fanno parte del Pantheon dei grandi film della storia del cinema (come La règle du jeu di Jean Renoir, Dies Irae di Carl Theodor Dreyer, Uccellacci e uccellini di Pasolini, Csillagosok, katonák (L’armata a cavallo) di Miklós Jancsó o The French Connection di William Friedkin), ma anche opere inizialmente considerate minori che il passare del tempo invita a riconsiderare, secondo il processo di revisione delle gerarchie di valori cui sottostà l’intera storia dell’arte: Il giorno della civetta di Damiano Damiani e Coogan’s Bluff (L’uomo dalla cravatta di cuoio) di Don Siegel.

Ci sono infine titoli sconosciuti ai più o meno noti perché non ebbero all’epoca una distribuzione commerciale nel nostro Paese, come Herzog Blaubarts Burg di Michael Powell (dall’opera in un atto di Béla Bartók), H-8… (Sangue al Km. 148) del croato Nikola Tanhofer o Siréna di Karel Steklý (che vinse un Leone d’oro a Venezia nel 1947), Layla wa zi’ab (Leila and the Wolves) di Heiny Srour, rara e preziosa riflessione militante sulla condizione di vittima delle donne nel mondo arabo, o il delicato Iris och löjtnantshjärta (Iris, fiore del nord) di Alf Sjöberg (un altro premio di Venezia, nel 1946) e l’erotico (Maruhi) Shikijô Mesu Ichiba (The Oldest Profession) di Noboru Tanaka, considerato uno dei migliori pinku eiga giapponesi degli anni Settanta. Kurier (Il corriere) di Karen Shakhnazarov chiude idealmente il programma e la lista dei film meritevoli di attenzione benché meno famosi di tanti altri.

Venezia Classici è la sezione che dal 2012 presenta alla Mostra in anteprima mondiale, con crescente successo, una selezione dei migliori restauri di film classici realizzati nel corso dell’ultimo anno da cineteche, istituzioni culturali e produzioni di tutto il mondo. Venezia Classici è curata da Alberto Barbera con la collaborazione di Federico Gironi.

Il programma Venezia Classici

CINEMA MULTISALA ROSSINI
Le proiezioni si terranno alle ore 19.00
Tutti i film sono in lingua originale con sottotitoli in italiano

10 febbraio
THE FRENCH CONNECTION 103’
(Il braccio violento della legge)
di William Friedkin
con Gene Hackman, Fernando Rey, Roy Scheider
USA, 1971
Restauro a cura di The Walt Disney Studios
Presenta Michele Gottardi

Un poliziesco che fa epoca. Lasciano il segno e creano un modello la descrizione semidocumentaristica di una metropoli degradata, la rappresentazione di poliziotti sbruffoni, razzisti e che se ne infischiano delle regole, il realismo delle scene d’azione (celeberrimo l’inseguimento fra auto e treno sulla sopraelevata). E rimane ancora oggi un film di genere perfetto, con una suspence straordinaria e uno stile capace sia di indagare con durezza il confine sottilissimo tra Bene e Male, sia di aprirsi a passaggi quasi metafisici, come il finale interrotto e sospeso, inventato in sede di montaggio”. Paolo Mereghetti

[Friedkin] immagina – e il risultato è certamente coerente – un film fatto soprattutto di gesti quotidiani, di documentazione, di appostamenti, di riprese dal vero, e articola personalmente il crescendo della vicenda così da ottenere quel passaggio dal realismo all’astratto (quando non al fantastico) che lo distingue da ogni altro regista”. Roy Menarini

17 febbraio
LA RÈGLE DU JEU 106’
(La regola del gioco)
di Jean Renoir
con Roland Toutain, Nora Gregor, Marcel Dalio, Jean Renoir
Francia, 1936
Restauro a cura di Cinémathèque française e Les Grands Films Classiques, in collaborazione con The Criterion Collection/Janus Films e Cinémathèque suisse.
Presenta Marco Dalla Gassa

Un notorio insuccesso commerciale al momento della sua uscita, vent’anni dopo il film è pressoché unanimemente considerato come il miglior Renoir e uno dei più grandi film francesi”. Jacques Lourcelles

Film mimetico e maledetto, film compatto ma aperto a più letture, film renoiriano come nessun altro ma unico nella sua opera, La regola del gioco appare una sorta di nitida fusione di tanti elementi che si stratificano e si dissolvono in un sublime marivaudage di servi e padroni. Un film di guerra senza nessuna allusione alla guerra, una società in decomposizione i cui principi appaiono già sfatti, un tragico balletto di servi e padroni che produce morte”. Gianni Volpi

24 febbraio
VREDENS DAG 97’
(Dies Irae)
di Carl Theodor Dreyer
con Thorkild Roose, Lisbeth Movin, Sigrid Neiiendam, Preben Lerdorff Rye
Danimarca 1943
Restauro a cura di Danish Film Institute
Presenta Carmelo Marabello

Di altissima tenuta stilistica nella sua maestosità (Dreyer: “Non il montaggio è lento, ma il movimento dell’azione. La tensione si crea nella calma”), di grande ricchezza piscologica e sapiente rievocazione storica, è una vetta nell’itinerario di Dreyer e nella storia del cinema. Per il regista danese – al di là delle interpretazioni che se ne possono dare – la più terrificante sequenza musicale della liturgia cristiana diventa un inno alla vita e alla libertà contro il fanatismo, l’intolleranza, la cecità spirituale degli uomini”. Morando Morandini

Il soggetto è la religione e lo stile è casto, ma il dramma di Dreyer è in realtà un inno sacrilego al piacere. (…) Passioni furiose irrompono nella sobrietà silenziosa del film: uno scatto in cui Anne, scivolando senza parole, intrappola Martin nel suo sguardo ha la forza della Danza dei Sette Veli. Il dramma anarchico ed empio di Dreyer è un grido di rabbia rivolto all’autorità abusiva, sia essa politica, familiare, religiosa, o morale; celebra l’amore erotico come l’ordine naturale delle cose”. Richard Brody

3 marzo
IRIS OCH LÖJTNANTSHJÄRTA 89’
(Iris, fiore del nord)
di Alf Sjöberg
con Mai Zetterling, Alf Kjellin, Åke Claesson, Holger Löwenadler
Svezia, 1946
Restauro a cura di Swedish Film Institute
Presenta Elena Pollacchi

Commovente melodramma tratto dal romanzo di Olle Hedberg (e sceneggiato dallo stesso regista) dove Sjöberg riprende la coppia di interpreti di Spasimo e attacca la mentalità chiusa e bigotta della famiglia svedese (…). Ma la critica alle istituzioni si intreccia qui con una struggente nostalgia e un indefinito desiderio di fuga (…) che ha la sua rappresentazione perfetta nella scena in cui i due innamorati, dopo aver pianto insieme alla proiezione de Il ponte di Waterloo, si fermano su un ponte e lasciano scorrere lo sguardo nell’oscurità della notte mentre una nave attraversa silenziosa le acque scintillanti del porto di Stoccolma”. Paolo Mereghetti

Confido che Iris och löjtnanshjärta, sconosciuto alla maggior parte di noi, possa apparire a molti come un autentico capolavoro degli anni Quaranta, e provochi un generale senso di vergogna cinefila per non essere più noto. È un dramma di ricchi, con lo sguardo attento e partecipe rivolto ai più fragili in mezzo a tanti cuori di pietra: i bambini feriti delle classi “inferiori”. […] Lo stile modernista di Alf Sjöberg (1903-1980) è stato descritto come un conflitto traumatico e deflagrante di elementi disparati. […] Ma il film ci mostra anche qualcosa che contrasta completamente con tutto ciò: il favoloso scintillio di un’immagine romantica sempre irraggiungibile. Se all’epoca il film poteva essere visto come una premonizione del futuro del cinema, questo è oggi vero più che mai”. Peter Von Bagh

Premio della Biennale
per speciali meriti artistici all’attrice
Maj Zatterling, alla 8. Mostra del Cinema 1947.

10 marzo
SIRÉNA 79’
di Karel Steklý
con Ladislav Boháč, Marie Vášová, Naděžda Mauerová, Bedřich Karen, Josef Bek
Cecoslovacchia, 1947
Restauro a cura di Národní filmový archiv in collaborazione con Karlovy Vary International Film Festival
Presenta Federico Gironi

Nel 1889 a Kladno, centro minerario e metallurgico della Boemia, la sirena tace durante uno sciopero. Durante una manifestazione la polizia ferisce un bambino ed esplode una sommossa, sanguinosamente repressa. Vigoroso e trascinante dramma sociale, un po’ manicheo nella sua oratoria, su un episodio storico della lotta di classe, rievocato nel romanzo (1935) di Marie Majerová. Palese l’influenza del cinema sovietico, in particolare di La madre (1926). Inaspettato Leone d’oro a Venezia”. Morando Morandini

Sirena è un esempio importante di agitprop politico. Ambientato nel mezzo di uno sciopero operaio nella Kladno di fine diciannovesimo secolo (la principale regione mineraria del paese), il film stabilisce presto le linee di battaglia con il suo ritratto di minatori inossidabili, mogli determinate, minacciosi oppressori militari e l’elegante élite germanica che li controlla tutti (realizzato nell’immediato dopoguerra, il film sottolinea anche il nazionalismo ceco di fronte al predominio tedesco). Fortunatamente il film non è una disputa priva di allegria, ma è pieno di verve e di un notevole realismo a forti tinte; la direzione di Karel Steklý trae vantaggio dalla fotografia in bianco e nero di Jaroslav Tuzar, che cattura il regno sotterraneo dei minatori e le loro riunioni sindacali notturne insieme con l’impressionante paesaggio della regione”. Film Affinity

Leone d’Oro alla 8. Mostra del Cinema di Venezia 1947

17 marzo
H-8… 105’
(Sangue al km. 148)
di Nikola Tanhofer
con Ðurđa Ivezić, Boris Buzančić, Antun Vrdoljak, Vanja Drach, Marijan Lovrić, Mira Nikolić, Antun Nalis, Mia Oremović, Rudolf Kukić
Croazia, 1958
Restauro a cura di Croatian Cinematheque – Croatian State Archives con il supporto di Croatian Audiovisual Centre
Presenta Dunja Jelenković

Dall’inizio del film, sappiamo che otto passeggeri moriranno in un terribile incidente. Ma non sappiamo chi morirà. Usando uno spirito quasi diabolico, il regista tira le fila di una ventina di trame parallele e ci tiene sotto costante tensione. Nell’efficienza della regia e nella sobrietà delle interpretazioni si avverte l’influenza di Hitchcock e del neorealismo italiano”. Cinemonde

Il film di Tanhofer ha introdotto una serie di innovazioni tecniche e narrative nel cinema jugoslavo, come la drammaturgia a mosaico e l’uso di tecniche documentarie in un film live-action. È anche uno dei primi film socialisti ad affrontare temi contemporanei e urbani, in un momento in cui il cinema jugoslavo produceva principalmente opere ispirate alla guerra recente e al patrimonio letterario. Tanhofer era invece interessato alla classe media socialista, in particolare all’effetto che la crescita economica e la rapida modernizzazione avevano sulla vita privata e i sogni della gente comune. Per questi motivi, conserva un posto importante e viene spesso citato tra i migliori della storia del cinema croato. È celebrato come il primo esempio di noir socialista, che fonde perfettamente tecniche narrative classiche con la tradizione neorealista, che all’epoca era cara ai registi socialisti”. Chris Marcich

24 marzo
HERZOG BLAUBARTS BURG 63’
(Duke Bluebeard’s Castle)
di Michael Powell
con Norman Foster, Ana Raquel Satre
Austria/Germania, 1963
Restauro a cura di BFI National Archive e The Film Foundation in associazione con Ashbrittle Film Foundation e con la supervisione di Martin Scorsese e di Thelma Schoonmaker Powell
Presenta Carmelo Marabello

Duke Blubeard’s Castle appare come l’anello mancante che collega I racconti di Hoffmann e L’occhio che uccide. Combina l’incredibile inventiva visiva, la scenografia surreale del primo, e il rigore morale, il tono perentorio, inevitabile e tuttavia profondamente compassionevole del secondo. Barbablù è il fratello gemello di Mark. Entrambi vivono in un universo di morte e desolazione, perseguitati da ricordi terrificanti dei loro crimini e sogni infranti. In questo mondo funebre, le vittime sembrano desiderare il loro destino o metterlo in scena. Aiutato dal geniale Hein Heckroth […] Powell crea su un unico set un labirinto tortuoso e imprevedibile: un labirinto mentale. Questo labirinto è perfettamente in sintonia con la musica di Bartók”. Bertrand Tavernier

31 marzo
UCCELLACCI E UCCELLINI 86’
di Pier Paolo Pasolini
con Totò, Ninetto Davoli, Francesco Leonetti, Femi Benussi
Italia, 1966
Restauro a cura di Fondazione Cineteca di Bologna, in collaborazione con Compass Film e Istituto Luce Cinecittà. Con il contributo del Ministero della Cultura
Presenta Michele Gottardi

Questa storia di un padre e di un figlio che non si sa chi siano, che vengono da non si sa dove e vanno chissà dove, che errano per il suburbio e la campagna romana, che dialogano con un linguacciuto corvo marxista (e finiscono per mangiarselo cioè per “nutrirsene”), che parlano con gli uccelli come San Francesco, che fanno l’amore tutti e due con la stessa “battona”, questa storia è costruita appunto come una poesia e non come un romanzo di Pasolini (…) Il film contiene alcune tra le cose più belle dell’autore; ed è probabilmente il più pasoliniano tra tutti i suoi film, quello, cioè, nel quale il regista si è più avvicinato al discorso libero e pieno di imprevisti che, almeno per ora, sembra essere lo scopo al quale mira il suo cinema. Quello che Pasolini non era riuscito a fare con Anna Magnani in Mamma Roma, cioè inserire il mondo dell’attore in quello del regista, qui gli è riuscito perfettamente con Totò che nella parte del padre ci ha dato une delle sue migliori interpretazioni”. Alberto Moravia

7 aprile
CSILLAGOSOK, KATONÁK 87’
(L’armata a cavallo)
di Miklós Jancsó
con András Kozák, Krystyna Mikolajewska, Jácint Juhász, Tatyana Konyukhova, Mikhail Kozakov, Nikita Mikhalkov
Ungheria, Unione Sovietica, 1967

A seguire, il backstage del film
KAMERÁVAL KOSZTROMÁBAN 13’
(With a Camera in Costroma)
di Zsolt Kézdi-Kovács
con Miklós Jancso, Krystyna Mikolajewska, Tatyana Konyukhova
Ungheria, 1967
Restauro a cura di National Film Institute Hungary – Film Archive
Presenta Giuseppe Ghigi

Invece di una storia, Jancsó racconta la vita durante la guerra. Il ritratto che emerge è forma senza struttura o organizzazione, che restituisce il tono del caos e sottolinea l’orribile spreco della vita umana durante la guerra. […] Jancsó ha uno stile molto distinto che mostra con gli eleganti movimenti di macchina presenti nel film. Molte delle scene sono lunghi piani sequenza che riprendono le persone di spalle. La macchina si muove insieme all’azione senza tagli o interruzioni, per lunghi periodi di tempo. […] Tutti gli attori regalano interpretazioni fredde e prive di emozioni, che mi hanno ricordato un film di Robert Bresson, che faceva uso di attori non professionisti. Inizialmente, la recitazione fredda e asciutta mi ha tenuto a distanza dal male rappresentato. Man mano che il film andava avanti, mi sono reso conto che queste persone erano solo insensibili e in un costante stato di shock. La maggior parte dei film contro la guerra predica il proprio intento attraverso storie personalizzate. Con L’armata a cavallo, Miklos Jancso ha creato la condanna cinematografica definitiva alla guerra. Non ha una storia, né un inizio né una fine chiari. È un incredibile resoconto visivo della disumanità dell’uomo verso se stesso ed è un’esperienza visiva indimenticabile”. Chanan Stern

21 aprile
IL GIORNO DELLA CIVETTA 112’
di Damiano Damiani
con Franco Nero, Claudia Cardinale, Rosemma Concetta Lo Pipero , Lee J. Cobb, Tano Cimarosa, Serge Reggiani
Italia, 1968
Restauro a cura di Fondazione Cineteca di Bologna, in collaborazione con Compass Film
Con il sostegno del Ministero della Cultura
Presenta Francesco Zucconi

Damiani aveva ragione a negare a Quien Sabe? la qualifica di western, una qualifica che in realtà si adatta meglio a Il giorno della civetta, erede, a vent’anni di distanza, di In nome della legge: ma memore, nel frattempo, della lezione di Sergio Leone. […] Nei primi dieci minuti del film vengono esposti alcuni elementi fondativi del mafia movie: la supremazia del paesaggio siciliano, con il paesone dell’interno (il film è girato a Partinico), le voci dei doppiatori con un pesante e fittizio accento, la contrapposizione mafia vecchia / mafia nuova con una lunga spiegazione sui soldi che arrivano per i nuovi appalti; la saggezza del boss; il tema dell’omertà invincibile; la visita al cantiere; la figura della vedova; la «linea comica» affidata a Tano Cimarosa nel ruolo di Zecchinetta. Ma Il giorno della civetta è altresì l’unico film di Damiani mosso anche da un intento quasi didattico di spiegazione del contesto; un film che esplicitamente si presenta come «novella esemplare» di una situazione criminale e politica”. Emiliano Morreale

28 aprile
COOGAN’S BLUFF 94’
(L’uomo dalla cravatta di cuoio)
di Don Siegel
con Clint Eastwood, Susan Clark, Don Stroud, Tisha Sterling, Betty Field, Lee J. Cobb
USA, 1968
Restauro a cura di Universal Pictures
Presenta Adriano De Grandis

Coogan’s Bluff è la rivisitazione di uno dei più antichi temi americani: il puro ragazzo di campagna arriva nella grande città e mette alla prova i suoi valori di frontiera contro la corruzione della civiltà. Questa volta l’eroe è un forte e silenzioso vicesceriffo dell’Arizona, inviato a New York per estradare un assassino. Si scontra con i criminali delle grandi città e rimane invischiato in leggi che dicono che un vice dell’Arizona non può agire come un poliziotto di New York – non a New York, comunque.[…] Don Siegel, che ha diretto, è completamente a suo agio in questo tipo di film. Incoraggia l’ostilità laconica e ottusa di Eastwood, esalta l’umanesimo frustrato di Lee J. Cobb e si diverte molto con un inseguimento in moto su e giù per i gradini e intorno ai marciapiedi di un parco. Hollywood produceva questi film polizieschi d’azione con relativa facilità, ma di recente l’investigatore privato e il materiale poliziesco sono stati pasticciati da mani incerte […]. Siegel sa cosa vuole e lo ottiene”. Roger Ebert

12 maggio
(MARUHI) SHIKIJÔ MESU ICHIBA 83’
(The Oldest Profession) (Mercato segreto di donne in amore)
di Noboru Tanaka
con Meika Seri, Genshu Hanayagi, Shiro Yumemura, Akira Okamoto , Junko Miyashita
Giappone, 1974
Restauro a cura di NIKKATSU Corp.
Presenta Roberta Novielli

È […] Noboru Tanaka (nato nel 1937) l’erede più diretto di Imamura, e l’autore più personale del roman-porno visto come espressione del sesso liberatorio all’interno di una tradizione popolare del Giappone (vedi le famose stampe…). Regista intellettuale e più raffinato dei suoi colleghi, sa dare una vera esistenza formale ai suoi film […]. Girato nei quartieri più poveri di Osaka, è abbastanza tipico del suo modo realistico-fantastico, soprattutto nella scena finale, dove il fratello della giovane “scentrata” scala la torre di Osaka con il suo gallo. Decollando letteralmente dal realismo precedente (il film è in bianco e nero), Tanaka ha scelto di girare questa scena a colori, per rafforzarne la dimensione surreale e onirica. Superbo”. Max Tessier

Capolavoro di Tanaka, che si allontana ancora di più dalle imposizioni del genere ‘Roman porno’ (film a tematica erotica strettamente codificati in Giappone), per costruire un film di deserto dei corpi, di vuoto del desiderio (il desiderio vissuto come deserto), di minimalismo erotico esibito nella dinamica della necessità economica”. Fuori orario

19 maggio
LAYLA WA ZI’AB 90’
(Leila and the Wolves)
di Heiny Srour
con Nabila Zetouni, Rafic Ali Ahmed
Regno Unito, Francia, Belgio, Olanda, Libano, Svezia, 1980-1984
Restauro a cura di CNC – Centre national du cinéma et de l’image animée
Presenta Miriam De Rosa

Attingendo al patrimonio arabo della tradizione orale e dei modelli a mosaico, Leila e i lupi è un’esplorazione della memoria storica collettiva delle donne arabe. Girato in sette anni, e in condizioni spesso infide, il film di Srour è un capolavoro del cinema, mescolando filmati d’archivio, racconti di fiabe, immagini esteticamente audaci e drammatizzazioni di situazioni affrontate dalle donne in Libano e Palestina, dall’inizio del XX secolo all’inizio degli anni Ottanta. Attraverso gli occhi di Leila, studentessa libanese insoddisfatta della versione ufficiale, coloniale e dominata dagli uomini della storia della regione, il film ricostruisce i sacrifici quotidiani, spesso sgradevoli e silenziosi, delle donne, come parte e in parallelo con azioni militari eroiche. Le storie qui raccontate sono feroci, ironiche e talvolta scioccanti”. Leila Pourtavaf

Girato in condizioni spesso pericolose e in sette anni di lavorazione, questo lungometraggio è stato descritto come un “trionfo dell’ambizione artistica su difficoltà apparentemente insormontabili” e un importante contributo all’estetica del Terzo mondo”. Annette Kuhn

26 maggio
KURIER 88’
(Il corriere)
di Karen Shakhnazarov
con Fyodor Dunayevsky, Anastasia Nemolyaeva, Oleg Basilashvili, Inna Churikova
Unione Sovietica, 1986
Restauro a cura di Mosfilm Cinema Concern
Presenta Miriam De Rosa

Il corriere è la storia di un giovane di 17 anni e del suo viaggio alla scoperta di se stesso, in un’età in cui le persone si avventurano nel grande, vasto mondo. Sono sempre in qualche tipo di conflitto con il mondo degli adulti e in cerca del il loro posto in esso. A questo proposito non cambia nulla. Che si pensi alla vita di 500 anni fa o di oggi, le leggi della biologia, della crescita e dell’evoluzione umana non sono influenzate dai telefoni cellulari o dagli aeroplani. In sostanza, le persone sono le stesse di sempre”. Karen Shakhnazarov

Il corriere è il grande teen movie russo. Più tagliente nell’umorismo e più toccante nei problemi rispetto alla maggior parte dei suoi contemporanei americani degli anni ’80 come Breakfast Club e Bella in rosa, è incentrato su un adolescente prematuramente stanco del mondo, Ivan, alle prese con il divorzio dei suoi genitori, la vita in ufficio, una nuova fidanzata e la minaccia incombente di essere arruolato. Ivan è un sognatore particolare: a differenza dei suoi amici, non sogna la breakdance e le Adidas, il profumo francese e la moda occidentale, ma il mondo selvaggio e in via d’estinzione dei Masai, dei leopardi e dell’Africa, un mondo lontano dalla logora Mosca degli anni Ottanta della perestrojka. Forte anche di meravigliosi cameo delle grandi star russe Inna Churikova nei panni della madre di Ivan e Oleg Basilashvili nei panni del padre della sua ragazza, il film tiene in squisito equilibrio sia l’eterna speranza morente dei genitori che la furia dei giovani”. Kino Klassika Foundation

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