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ONODA 10.000 Notti Nella Giungla – la guerra attraverso la storia di un soldato il film di Harari nei cinema

ONODA 10.000 Notti Nella Giungla

la guerra attraverso la storia di un soldato
il film di Arthur Harari
nei cinema

ONODA 10.000 Notti Nella Giungla il lungometraggio di Arthur Harari, presentato a Cannes 2021 nella sezione Un Certain Regard, premiato come Miglior Film dall’Associazione francese dei critici cinematografici, uscirà in sala in Italia da settembre 2022, nei principali capoluoghi di zona, distribuito da ASCENT FILM in collaborazione con l’Istituto Francese d’Italia.

Trama:

Giappone, 1944. Addestrato per fare il lavoro di intelligence, il ventiduenne Hiroo Onoda scopre una filosofia alternativa a quella ufficiale: nessun suicidio, rimanere vivi a qualsiasi costo, la missione è la priorità assoluta. Inviato a Lubang, un isolotto delle Filippine dove si attende l’arrivo degli americani, Onoda avrà il compito di scatenare la guerriglia fino al ritorno delle truppe giapponesi. L’Impero si arrenderà poco dopo, Onoda invece 10,000 giorni dopo.

La Guerra attraverso la storia di un soldato giapponese

di Naoko Seriu, professore di storia moderna,
Tokyo University of Foreign Studies

Alla fine del 1944 il Giappone stava perdendo la guerra. Per questo motivo Hiroo Onoda fu segretamente addestrato alla guerriglia nella scuola “Nakano” di Futamata e spedito sull’isola di Lubang nelle Filippine. Quando l’esercito americano sbarcò lì a febbraio del 1945, Onoda arretrò nella giungla con altri soldati. Il piano prevedeva che formassero piccoli gruppi per sopravvivere. Il tenente Onoda era al comando di tre uomini: il caporale Shimada e i soldati semplici Akatsu and Kozuka. Anche dopo la firma della resa a settembre 1945 e nonostante i numerosi appelli, il gruppo non depose le armi. Onoda lo avrebbe fatto soltanto a marzo 1974.
La vicenda di questo soldato che non si arrese per quasi trent’anni è conosciuta non solo in Giappone, dove è celebrato come un eroe, ma anche nel resto del mondo. Onoda è senz’altro il più famoso dei «soldati fantasma (zanryū nipponhei)» che non deposero le armi dopo la resa giapponese. Nel 1972, il soldato Shōichi Yokoi fu trovato sull’isola di Guam in cattive condizioni di salute e godette di una certa fama al ritorno in Giappone, ma l’interesse scatenato dal ritorno di Onoda e dal suo aspetto marziale fu ancora maggiore.

Il rimpatrio di Onoda fu un evento mediatico a tutti gli effetti. Le autorità filippine lo trattarono da perfetto soldato e il Presidente Marcos gli concesse la grazia per i crimini perpetrati a Lubang. Il portamento eretto, il saluto militare perfetto e l’aspetto pulito e ordinato di Onoda durante la “esa” ebbero un impatto enorme sul pubblico giapponese. Il 12 marzo 1974 fu accolto all’aeroporto Narita da una folla in delirio. La sua storia e le sue gesta scatenarono innumerevoli commenti e discussioni. Molti lo hanno ammirato perché incarnava i valori del coraggio, dell’orgoglio e soprattutto della fedeltà a una missione. Tutti hanno onorato la sua forza fisica e mentale. Ovunque andasse c’erano folle ad attenderlo. Riceveva messaggi da innumerevoli ammiratori e partecipava a trasmissioni televisive. La sua autobiografia, Non mi arrendo, pubblicata ad agosto del 1974, è un bestseller tradotto e pubblicato in tutto il mondo.

Eppure, nonostante il clamore, molti sostengono che Onoda fosse vittima dell’educazione militare e che non debba essere trattato da eroe. Lo scrittore Shōhei Ōoka, autore di diversi volumi tra cui Taken Captive: A Japanese POW’s Story e Fires on the Plain, ha puntato il dito sul fallimento delle missioni di recupero giapponesi e sui difetti congeniti della formazione militare. Riferendosi alla storia di un altro soldato della Futamata rimasto sull’isola di Mindoro fino al 1956, Ōoka ha messo in discussione l’ordine ricevuto da Onoda di restare sull’isola e portare avanti la missione all’infinito.

Anche Akiyuki Nosaka, autore di Grave of the Fireflies e American Hijiki, è stato critico.
Questo studioso ritiene che alla base della decisione di Onoda di portare avanti la missione fino alla fine ci fosse il disagio verso la sua famiglia, soprattutto il padre e i fratelli, tutti valorosi combattenti. Nosaka ritiene che Onoda non abbia scritto la propria biografia da solo e ha espresso rammarico che non ci fosse alcun riferimento alla responsabilità dell’Imperatore, cosa tutt’altro che secondaria per la giovane generazione.

Nel 1977 il giornalista Noboru Tsuda, ghostwriter dell’autobiografia di Onoda, pubblicò Hero of Illusion che svela la storia di come sia stata scritta l’autobiografia. Da soldato in pensione, Tsuda mette in guardia i lettori sul pericolo di politicizzare Onoda. Queste letture critiche ci aiutano ad esaminare le opinioni espresse all’epoca nello spazio controllato e consensuale dei media. Come dichiarato dal filosofo Nagai Hitoshi, si è parlato molto poco dei danni inferti alla
popolazione di Lubang, sebbene ci siano stati almeno trenta omicidi. L’interesse mediatico diminuì dopo la partenza di Onoda per il Brasile, nel1975

L’ex soldato era stanco e in cerca di libertà. Ritornò in Giappone nel 1984 per inaugurare la Onoda Nature School, dove i giovani imparano a vivere in armonia con la natura. All’epoca dichiarò che la storia di uno studente che aveva ucciso suo padre nel 1980 lo convinse a dedicarsi all’educazione delle nuove generazioni.

Dopo il 2000 si unì a un movimento nazionalista di cui divenne attivista, esortando i giovani a visitare il tempio di Yasukuni dove si onorano caduti e criminali di guerra. Dopo la sua morte, avvenuta nel 2014 all’eta di 91, Onoda è diventato un simbolo se possibile ancora più potente, un punto di riferimento dei nazionalisti conservatori e della nazione giapponese che non rinnega in alcun modo il suo passato guerriero e colonialista.

Estratto da un intervista al regista Arthur Harari di Yannick Lemarié:
(apparso nel numero estivo di Positif)

Il suo film affronta la questione dell’eroismo. Onoda è un eroe?

È impossibile non pensare a Onoda come a un eroe, anche se la sua storia è ambigua. Nella mitologia, soprattutto quella greca, gli eroi sono spesso persone a cui è permesso compiere gesta terribili. Non esiste eroismo scevro da ambiguità, senza un lato oscuro. Onoda è un eroe perché la sua vicenda incarna valori in cui i giapponesi si sono riconosciuti. Ma non si deve essere giapponesi o militaristi per essere colpiti dalla sua storia. Onoda scappa da se stesso. Sta dalla parte dei perdenti ma fa qualcosa, quasi senza volerlo, che va ben oltre cosa egli sia.

Possiamo dire che il film riflette le diverse fasi della nascita dell’umanità?

Paradossalmente Onoda diventa più umano proprio quando compie atti scioccanti. Penso alla morte di Iniez, la donna filippina. Kozuka si rifiuta di sparare, come se qualcosa dentro di lui facesse resistenza, invece Onoda non si tira indietro ma dopo, quando guarda il corpo senza vita di Iniez mentre le scava la fossa, il suo volto ha un’espressione nuova. È la prima volta che guarda un “nemico” in quel modo: sa che cosa ha fatto e a chi lo ha fatto.

Per recuperare completamente la sua umanità deve passare nel mondo dei morti: potremmo paragonarlo a Ulisse?

Nicolas Anthomé, il mio produttore, mi ha fatto notare il riferimento a Ulisse e a un certo punto abbiamo pensato di aprire il film con una citazione da Omero. Ulisse deve attraversare il Mediterraneo per poter tornare a casa. Onoda si trova in una situazione simile: ritornare in
Giappone dopo aver superato tutte le avversità a cui è stato sottoposto
. Vedo delle continuità anche con Sentieri selvaggi di Ford e Billy Lynn – Un giorno da eroe di Ang Lee. Ma questo film condivide una riflessione fondamentale con Omero, quella dell’uomo mandato a combattere per la sopravvivenza della comunità e che per questo diventa un escluso. Questi individui vengono lasciati al margine o si allontanano spontaneamente dell’umanità per salvare le società a cui appartengono e in questo modo entrano nel mondo dei morti.

Quando incontriamo Onoda per la prima volta lui ammette di aver paura di morire, ma finisce per seminare morte ovunque per poi di finire a vivere circondato dalle tombe dei suoi compagni. Questo tema diventa ancora più rilevante perché Onoda non può morire, gli è proibito.

Si potrebbe dire che diventi quasi un monaco.

Sembra assurdo, ma tutta l’esperienza accumulata dà a Onoda, alla fine, una sorta di pace interiore. Deve affrontare l’orrore, l’abiezione e la solitudine più profonda per conquistare la serenità.

E questo cambiamento fa sì che lui si identifichi completamente con l’isola.

Prima di raggiungere la serenità, Onoda scopre la bellezza e la sensualità dell’isola. Quando all’inizio si ricopre di foglie per camuffarsi si immerge nella vegetazione. Si trasforma in una figura pastorale che vive in armonia assoluta con la natura e allontanarsi è una specie di sradicamento.

Regia Arthur HARARI
sceneggiatura Arthur HARARI e Vincent POYMIRO
con la collaborazione di Bernard CENDRON

CAST ONODA

ENDŌ Yūya
TSUDA Kanji
MATSUURA Yūya
CHIBA Tetsuya
KATŌ Shinsuke
INOWAKI Kai
Issey OGATA
NAKANO Taïga
SUWA Nobuhiro
YOSHIOKA Mutsuo
ADACHI Tomomitsu
SHIMADA Kyūsaku
Angeli BAYANI
Jemuel Cedrick SATUMBA

Distribuzione:
Ascent Film in collaborazione con l’Istituto Francese d’Italia

Fotografia: Tom Harari
Montaggio: Laurent Sénéchal
Musiche: Sebastiano De Gennaro, Enrico Gabrielli
Produzione: Bathysphere Productions, Pandora Filmproduktion, Frakas Productions, Ascent Film, Rai Cinema