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Rudolf Nureyev – l’omaggio al più grande ballerino del XX secolo su Rai5 e Radio3 Suite

Rudolf Nureyev

l’omaggio al più grande ballerino del XX secolo
su Rai5 e Radio Suite

Rudolf Nureyev

Il 6 gennaio del 1993 si spegneva Rudolf Nureyev, uno tra i più grandi ballerini del XX secolo.

Venerdì 6 gennaio alle ore 21.30 circa, nel trentennale dalla morte, “Radio 3 Suite” ripercorre la sua vita e traccia la personalità dell’ artista che ha segnato un’epoca: divino sul palcoscenico, protagonista del jet-set, icona politica, personalità ribelle e anticonformista, fuggito dalla Russia verso l’Occidente e amato dal pubblico in modo viscerale.

Lo speciale “Trent’anni senza Rudy: omaggio a Rudolf Nureyev nel trentennale dalla morte” racconta le tappe salienti, gli incontri dentro e fuori il palcoscenico, gli strappi politici e il carattere amato e temuto del “tartaro volante” attraverso le testimonianze di Giuseppe Carbone, maître de ballet e direttore dei più prestigiosi corpi di ballo del mondo che ha riportato Rudolf in Italia dopo anni di assenza.

Rudolf Nureyev

Liliana Cosi, étoile e partner di Nureyev in tutti i maggiori ruoli dei balletti di repertorio; l’amico e collega all’Operà di Parigi Pierre Lacotte che lo aiutò nella richiesta di asilo politico all’aeroporto di Parigi; Manuel Legris, attuale direttore del Corpo di Ballo del Teatro Alla Scala di Milano, già nominato étoile dell’Opera di Parigi proprio da Rudolf Nureyev; Luigi Pignotti, manager e assistente personale del ballerino.

link Radio 3 Suite https://www.raiplaysound.it/programmi/radio3suite/playlist

Anche Rai Cultura celebra il suo talento incontenibile, che cambiò per sempre l’idea della danza nel mondo, con due serate speciali a lui dedicate su Rai 5.

Agnese Di Clemente Claudio Coviello. ph Brescia e Amisano Teatro alla Scala

La prima, giovedì 5 gennaio alle 21.15, vede in programma in prima visione TV “Lo schiaccianocidi Cajkovskij dal Teatro alla Scala di Milano, dove torna in scena nello storico allestimento di Nicholas Georgiadis che vide proprio Nureyev tante volte protagonista. I sognanti fiocchi di neve, le battaglie di topi e soldatini, i valzer e gli straordinari passi a due accompagnano il sogno di Clara con del suo Principe nella magica atmosfera natalizia, ideale cornice per ripresentare questo capolavoro di maestria coreografica e musicale. Sul podio il Direttore d’Orchestra Valery Ovsyanikov. La regia televisiva è di Stefania Grimaldi.
Il giorno seguente, venerdì 6 gennaio, giorno dell’anniversario della scomparsa di Nureyev, Rai Cultura completerà il suo omaggio con il film “Nureyev – The White Crow” con la regia di Ralph Fiennes, in onda alle 21.15.

Rudol Nureyev durante le prove dello Schiaccianoci 1979/1980 – ph Lelli e Masotti Teatro alla Scala

Rudolf Nureyev. La vita, la carriera di Marinella Guatterini:

Ogni personaggio assurto all’aura di mito della danza sembra essere segnato alla nascita, alla morte o nel mezzo del cammin di sua vita, da eventi straordinari. Se Isadora Duncan morì strangolata da una sciarpa impigliatasi nelle ruote della sua Bugatti in corsa, Rudolf Hametovicˇ Nureev (Nureyev) nacque il 17 marzo 1938 su un treno, nella regione del Lago Bajkal, durante un viaggio che la madre Farida aveva intrapreso per raggiungere il marito Hamet a Vladivostok. Nascita nomade di un artista che di un inquieto nomadismo avrebbe fatto la sua cifra personale.

L’incontro con la danza, narrano le biografie, fu più che precoce; a soli quattro anni assistette al suo primo balletto e ne rimase folgorato, tanto che nel 1949 cominciò lo studio del balletto a Ufa, la cittadina dove la sua famiglia si era stabilita. L’opposizione del padre Hamet, con il quale i rapporti furono sempre più che tesi, non gli impedì di partecipare ad alcuni spettacoli dell’Opera di Ufa, ma in qualità di mimo. Tuttavia nel 1955, a Mosca, il diciassettenne Rudolf prese parte a un festival intitolato “Dieci anni di arte bashkira” e seguì le lezioni di danza di Asaf Messerer al Teatro Bol’šoj. Incoraggiato da alcuni insegnanti si spostò a Leningrado, l’odierna San Pietroburgo, per frequentare la celebre Accademia “Agrippina Vaganova”. Dopo pochi mesi venne ammesso alla Scuola ed entrò a far parte della classe diretta da Aleksandr Ivanovicˇ Puskin. Il passo per entrare nel Balletto del Teatro Kirov (oggi Mariinskij Kirov) fu breve. Ufa era lontana, i divieti del padre Hamet dimenticati.

Il lago dei cigni, Esmeralda, Il papavero rosso, La Bella addormentata e Laurencia furono le sue prime conquiste, seguite da Giselle (1959) nel ruolo di Albrecht, un personaggio sfaccettato, baldanzoso, arrogante, ma anche fragile e romantico, che ben si attagliava alla sua personalità. Rudy, come venne amichevolmente soprannominato, era un dono per la compagnia: un tizzone ardente che ballava, anche in Taras Bul’ba. Conquistò il pubblico ma la sua irrequietezza, la non osservanza delle rigide regole sovietiche spaventava l’establishment russo, che non sapeva tenerlo a bada. Sarà lo stesso Nureyev a scegliere la libertà, a tagliare i ponti con la patria, quando chiese asilo politico alla Francia al termine di una tournée del balletto del Kirov a Parigi, il 17 giugno 1961: eludendo la sorveglianza dei poliziotti e con l’aiuto di alcuni amici, riuscì a fuggire all’aeroporto di Le Bourget pochi attimi prima della partenza dell’aereo che avrebbe dovuto riportarlo in Russia.

Con l’arrivo in Occidente iniziò per il “Tartaro volante” una nuova vita. La prima compagnia ad accoglierlo fu il Ballet du Marquis de Cuevas (con cui danzò La Bella addormentata, La Sylphide e Infiorata a Genzano), ma nel 1962 passò al Royal Ballet dando inizio al sodalizio con Margot Fonteyn, che per anni restò al suo fianco, illuminata dalla sua malia e dal suo giovanile carisma e capace di restituirgli la sapienza tecnica e la dolcezza della sua amicizia non solo artistica. Poème tragique, Antigone di John Cranko, Giselle, ancora Il lago e Le danze polovesiane si affiancarono alla sua prima versione da coreologo/coreografo dello Schiaccianoci (1962, poi ripreso cinque anni dopo per il Balletto Reale Danese e ancora alla Scala, nel 1969, con Liliana Cosi e Vera Colombo).

Intanto Frederick Ashton, il direttore del Royal Ballet, che aveva compreso l’unicità della nuova coppia Fonteyn/Nureyev, aveva creato per i due divi Marguerite and Armand (1963). Nureyev si sentì un ospite protetto dal Royal Ballet: vi interpretò Petruška, Raymonda ( di cui allestì la versione coreografica su commissione del Festival dei Due Mondi di Spoleto, per poi riprenderla, nel 1965, per l’Australian Ballet ) e la sua prima versione della Bayadère.

Ormai la fama di Rudolf Nureyev di ballerino prodigio, già volato negli States, a Chicago, per danzare con la Lyric Opera and Ballet Company, e apparso per la prima volta al Teatro alla Scala con il Royal Ballet nel 1965, per interpretare il Romeo e Giulietta di Kenneth MacMillan con la Fonteyn e La bayadère, si affiancò a quella di ricostruttore di coreografie appartenenti alla sua tradizione sovietica. La Staatsoper di Vienna ospitò la sua prima versione del Lago dei cigni (1964). In quell’epoca, tuttavia, la danza era la sua priorità. MacMillan, coreografo associato al Royal Ballet, gli cucì addosso Tancredi e gli fece interpretare Song of the Earth. Era il 1966, l’anno della prima volta del Corsaire con Margot ma anche di Paradise, allestito per lui e la prediletta Fonteyn da Roland Petit, che gli affiancò Zizi Jeanmaire, sua consorte, in Le Jeune homme et la mort. Nureyev non voleva avere restrizioni, ma ormai nessuno gliele imponeva più.

Volò alla Scala per una Bella addormentata con Carla Fracci (1966, poi ripresa con Vera Colombo nella stagione 1967-68); planò a Vienna per un Don Chisciotte e a New York, dove incontrò George Balanchine per appropriarsi del suo Apollon musagète, mostrato però non in America, ma alla Staatsoper di Vienna. Nella stessa stagione danzò Birthday Offering e Jazz Calendar di Ashton, indi Pelléas et Melisande al Covent Garden, dove, sempre nel 1969, apparve in Les rendez-vous di Ashton in una serata di gala. Continuava anche la sua collaborazione con la Scala: eccolo, accanto a Luciana Savignano, nel Poema dell’estasi di Roland Petit e in Giselle con la Fonteyn, balletto poi ripreso nel 1970 con la Fracci, affiancato a Les Sylphides.

Sempre curioso di conoscere coreografi sconosciuti, fece sì che Rudi van Dantzig creasse per lui The Ropes of Time. Interpretò con il Balletto Nazionale Olandese anche un cavallo di battaglia dello stesso van Dantzig: Monument for a Dead Boy, che, sempre nel suo affollato 1970, debuttò pure al Festival del Balletto di Nervi. Altri due coreografi di vaglia gli si proposero, tra il 1970 e il 1971: Jerome Robbins per Dancing at a Gathering: (prima rappresentazione in Gran Bretagna) e Maurice Béjart per Chant du compagnon errant (poi ripreso alla Scalacon Paolo Bortoluzzi nel 1971 e nel 1974) e Le Sacre du printemps, con il Ballet du XXe Siècle. A Milano ritornò per Le nozze d’Aurora e Apollon musagète (pure nel 1973) ma anche per danzare Serata Stravinskij al Castello Sforzesco, davanti a un pubblico molto popolare, e, accanto all’amata Fonteyn e all’intero Corpo di Ballo scaligero, Il lago dei cigni, che avrebbe interpretato anche a fianco della Fracci, ma nel 1973, sul palcoscenico del Piermarini e nel 1974, con Liliani Cosi, en plein air, al Castello milanese. Glen Tetley (Field Figures), Paul Taylor (Auréole e Laborintus) e José Limon (The Moor’s Pavane) furono le sue nuove sfide nel 1972, affiancate ad altre coreografie di Robbins (Afternoon of a Faun), MacMillan (Side Show e Manon nel 1974), Balanchine (The Prodigal Son, 1973 e Agon, 1974) e ancora Ashton (La Fille mal gardée).

Risale proprio al 1974 l’incontro con John Neumeier (Don Giovanni) ma va senz’altro segnalato il suo ricongiungersi a Natal’ja Makarova, un’esule fuggita come lui dal Balletto del Kirov con cui danzò a Londra, per la prima volta, La Bella addormentata e Romeo e Giulietta. Molte sorprese coronarono i luminosi anni 1975, 1976 e 1977: l’affiancarsi a Carolyn Carlson all’Opéra di Parigi per un Tristan di Tetley e alla Martha Graham Dance Company, allora portavoce della modernità danzante, in Lucifer prima e poi, sempre a New York, in Appalachian Spring, Night Journey e The Scarlet Letter, con il successivo El penitente.

Nureyev, ormai, non era più solo un danzatore accademico. Se danzò Coppélia con il National Ballet of Canada, La ventana di August Bournonville tra le file dell’Australian Ballet Theatre e Hamlet Prelude di Ashton, sue furono The Lesson e Toreador pas de deux di Flemming Flindt, Sonate à trois di Béjart, ma anche Moment di Murray Louis, Blow in a Gentle Wind ancora di van Dantzig (con il Balletto Nazionale Olandese di Amsterdam) e Four Schumann Pieces di Hans van Manen, accanto al Pierrot Lunaire di Tetley, intenso, drammatico, quasi autobiografico.

Continuava intanto anche la diffusione dei suoi revival dei classici del repertorio: Rudy rimontò la sua Bella addormentata al London Festival Ballet e qui creò la sua nuova versione di Romeo e Giulietta, mentre il Teatro alla Scala tornò ad accogliere il suo intrigante e psicologico Schiaccianoci in cui lui, principe e insieme Drosselmeyer, ebbe accanto anche la dolcissima Merle Park, e l’Opéra di Parigi accolse la sua versione di Romeo e Giulietta. Un comitato anglo-statunitense provò a sollecitare le autorità sovietiche per portare in Occidente la famiglia del divo. L’esito fu parziale: vi giunsero le sorelle, Roza e Razida. Rudy continuava a danzare e sempre nel 1978 ebbe un’idea
che gli fu copiata da molte star anche odierne: creò con altri danzatori la compagnia sempre cangiante “Nureyev and Friends”, portando in tutta Europa balletti prevalentemente di afflato moderno. L’impegno non gli impedì di danzare Giselle con Elisabetta Terabust alla Fenice di Venezia, di conoscere e collaborare con il coreografo Toer van Schayk (Faun), di ritrovare van Dantzig (About a Dark House), idealmente Bournonville (Conservatoire), di reimmergersi nel London Festival Ballet per una Shéhérazade e persino di interpretare all’American Ballet Theatre prima il Don Chisciotte del suo più giovane e presunto rivale, Michail Baryshnikov, e poi, l’anno successivo, Miss Julie di Birgit Cullberg.

Tra il 1979 e il 1980 il divo, sempre sotto i riflettori della stampa, si divise tra New York, Parigi, Vienna e Milano. Con il New York City Ballet interpretò Le Bourgeois gentilhomme di Balanchine. Per il Balletto dell’Opéra di Parigi creò Manfred e il Museo Grévin della ville lumière gli dedicò una statua di cera. Alla Staatsoper di Vienna van Dantzig creò per lui Ulysses.

Al Teatro alla Scala allestì ancora Lo schiaccianoci e per la prima volta Don Chisciotte, oltre a Romeo e Giulietta, una ripresa che partì per una tournée al Metropolitan di New York proprio nel 1981.
Oltre a Milano, tappa in cui danzò molti dei suoi balletti accademico-moderni al Teatro Nazionale, altre città italiane lo accolsero a braccia aperte: Firenze e soprattutto Roma, per una clamorosa rentrée di Giselle con Carla Fracci che registrò per giorni e giorni il tutto esaurito e rumorose file al botteghino, poi seguita, nel 1981, da Marco Spada di Pierre Lacotte. Ma anche Berlino lo reclamava: per una ripresa di Miss Julie, soprattutto per i Five Tangos di van Manen e per L’idiota di Valery Panov.

La fama di Nureyev fu planetaria: Londra nel mese di luglio 1981 organizzò per lui un lungo festival e Baryshnikov non disdegnò di stargli accanto in From Sea to Shining Sea di Paul Taylor. La decisione di diventare cittadino austriaco spiazzò, nel 1982, i suoi adulatori. Irrefrenabile e già malato, Rudy si concesse a un lungo “Omaggio a Djagilev” (Les biches, Le Spectre de la rose, Danze polovesiane, Petruška) al Teatro Comunale di Firenze, poi partì per una lunga tournée in Francia e in Italia con il Ballet Théâtre de Nancy.

Infine, dopo aver creato The Tempest per il Royal Ballet, e danzato ancora Il lago dei cigni in diverse città italiane, si insediò il 10 settembre 1983 alla direzione del Ballo all’Opéra di Parigi, dove allestì e interpretò subito Don Chisciotte (poi alla Scala e in tournée) e Raymonda. Chi credeva che la direzione di una compagnia tanto folta e impegnativa avrebbe rallentato la sua corsa scenica, si sbagliò. Certo nel 1984 danzò Bach Suite al Palais Garnier, riprese Romeo e Giulietta e per la sua fulgida compagnia creò una nuova versione del Lago dei cigni (la stessa versione in repertorio al Teatro alla Scala) e di Cendrillon (1986). Allestì ex novo Washington Square; si esibì con il suo Balletto parigino e con Baryshnikov prima all’Opéra e poi al Metropolitan di New York, in occasione dei festeggiamenti per i cento anni della Statua della Libertà. Tuttavia non rinunciava alla danza in prima persona.

Fuggì al Carnevale di Venezia per una ripresa del Bourgeois gentilhomme; si infilò nel Northern Ballet ancora per Miss Julie della Cullberg. Tanto bastò per scatenare le furie di Roland Petit e Maurice Béjart. In una lettera al quotidiano “Le Figaro” i due coreografi lo accusarono di non saper dirigere il Balletto dell’Opéra di Parigi. Accusa opinabile, non solo per i molti danzatori divenuti con lui Étoile – una tra tanti, la diciannovenne Sylvie Guillem –, ma anche per i coreografi giovani che ospitò, facendoli conoscere al mondo: uno tra tanti, William Forsythe.

Un anno prima del suo cinquantesimo genetliaco (1988), aveva già ottenuto il Capezio Award. Riuscì a strappare ai Russi un permesso di 48 ore per recarsi dall’amatissima madre Farida da tempo malata, ma non poté assistere alla sua morte, avvenuta qualche mese dopo. Tuttavia, nel 1989, dopo ventotto anni di esilio, tornò a Leningrado, su invito del Balletto del Kirov, e in una serata in suo onore danzò Les Sylphides di Michail Fokin sul primo palcoscenico in cui aveva elargito il suo straordinario talento. Per il compleanno fu festeggiato a Los Angeles, a Vienna, al Metropolitan di New York, alla Scala (danzò La Sylphide con Carla Fracci) e con la nomina di Cavaliere della Legion d’onore dello Stato francese. Da nomade quale era sempre stato, tornò in scena al Teatro La Pergola di Firenze per danzare (meravigliosamente) Il cappotto per la coreografia di Flemming Flindt. Negli Stati Uniti debuttò nel musical The King and I (precedentemente interpretato da Yul Brynner) e al Teatro alla Scala riprese The Lesson per un debutto accanto a Oriella Dorella.

Nel 1990 abbandonò la direzione del Balletto dell’Opera di Parigi, ma prima – lui che nel 1977 era stato un carismatico protagonista nel film Valentino di Ken Russell – prese parte a un videoclip in memoria di John Lennon insieme a Michael Jackson e si concedette una tournée con i suoi “Friends” negli Stati Uniti e in Europa. L’anno successivo firmò un contratto con il Teatro alla Scala, cedendo i diritti di alcune sue coreografie da mantenere stabilmente in repertorio.

Il divo cominciava a dare segni di stanchezza e di tensione. Venne licenziato dalla Staatsoper di Vienna per aver espresso giudizi poco lusinghieri sul Corpo di Ballo del Teatro. Anche in Morte a Venezia, di Flindt, al Teatro Filarmonico di Verona, creò alcune polemiche per il suo comportamento irruente, mentre risultò senza intoppi la sua interpretazione di Mercuzio in Romeo e Giulietta. L’ultima coreografia riallestita in Italia
fu Cendrillon, concessa al Teatro di San Carlo, a Napoli.

La malattia lo aveva reso debole; il “Tartaro volante” però non rinunciò alla necessità di esprimersi e si cimentò in una nuova professione: la direzione d’orchestra. Ormai debolissimo riallestì La bayadère – uno dei suoi balletti del cuore per via di quel Regno delle ombre che era stato il suo primo cimento coreografico – per la sua ex-compagnia, il Balletto dell’Opéra di Parigi.

Fu la sua ultima apparizione sul palcoscenico, salutata da interminabili ovazioni e dal conferimento da parte di Jack Lang, allora Ministro alla cultura francese, dell’onorificenza di Commendatore delle Arti e delle Lettere. Si può asserire che il grande ballerino, dalla personalità ineguagliabile, morì metaforicamente in scena. In realtà si spense in un ospedale parigino il 6 gennaio 1993, a soli 54 anni. Perdita inestimabile.

Dal programma di sala Serata Nurreyev – 25 maggio 2018 Teatro alla Scala

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