La bozza perduta di un articolo per un giornale che non è mai uscito.
Oggi, 1 novembre 1968
Note su un testo apparso in più versioni su diverse cover
C’è un disco uscito da poco che non si lascia definire con facilità. Si intitola Astral Weeks, lo ha inciso Van Morrison, e non appartiene a un genere preciso. Non è folk, non è jazz, non è rock. Le tracce non seguono una struttura convenzionale.
In alcune versioni del disco, la pubblicazione si completa con un testo stampato. Non è una lirica, non è una nota di copertina. È una poesia firmata da Van Morrison, che non compare tra le tracce dell’album ma che sembra volerle precedere o prolungare. Non tutte le edizioni la riportano. E non tutte riportano lo stesso testo.
Chi ha avuto modo di confrontare più copie del disco si sarà accorto che esistono almeno due versioni di questa poesia. Entrambe firmate da Morrison, entrambe stampate al centro della cover posteriore, ma profondamente diverse per tono, ritmo e struttura.
In alcune edizioni statunitensi, il testo si apre con un viaggio che attraversa luoghi mitici il Capo, Hyannis Port, le Ande, la Valle dei Re e culmina in un incontro ripetuto, quasi ossessivo. Le frasi si rincorrono, si moltiplicano, si contraggono in una spirale di desiderio e riconoscimento.
“You said you wanted to hold me, well, hold me then. You said you wanted to hold me, well, hold me. Hold me, hold me, hold me…”
La ripetizione non è enfasi, ma struttura. Il testo non procede, ruota. Come se il tempo dell’ascolto non fosse lineare, ma circolare.
Altre edizioni, probabilmente europee, riportano un testo diverso. Più narrativo, più fluido. Si parla di Cambridgeport, di poesia e jazz, di un fiume attraversato, di un amore che scorre come un pensiero in movimento. Il tono è più urbano, più discorsivo.
I saw you coming from the Cape, way from Hyannis Port all the way,
When I got back it was like a dream come true.
I saw you coming from Cambridgeport with my poetry and jazz,
Knew you had the blues, saw you coming from across the river,
Told you on the banks of the river, carried you across,
Loved you there and then, and now like a sheep,
I close my eyes and sleep for love comes flowing streams of consciousness
Soft like snow, to and fro,
Let us go there together, darlin’, way from the river to here and now
And carry it with a smile, bumper to bumper
Stepping lightly, just like a ballerina.
Il viaggio è interiore, e il testo è un racconto breve. Per chi cataloga dischi, queste differenze sono oggetto di attenzione. Ma non si tratta solo di valore materiale. Si tratta di leggere le edizioni come forme narrative. Ogni stampa, ogni variante, ogni testo stampato è una versione diversa dello stessa intenzione. Astral Weeks è un’opera che cambia, che si riscrive nel modo in cui viene pubblicata.
In un’epoca in cui le cover dei dischi iniziano a parlare quasi quanto le tracce, queste frasi stampate diverse, non spiegate sono un invito a considerare il disco come meta-narrazione. Non solo da ascoltare, ma da osservare, da leggere, da attraversare.
Certe frasi e poesie sono così sfaccettate, come diamanti, che mentre si muovono catturarne la lucentezza in un solo momento è difficile.
Astral Weeks oggi
Pubblicato il 1° novembre 1968 da Warner Bros. Records, Astral Weeks fu registrato a New York in condizioni insolite, Van Morrison lavorò con musicisti jazz che non avevano mai sentito i brani prima. La produzione fu affidata a Lewis Merenstein, che intuì il potenziale visionario dell’opera.
L’album fu ignorato dalla critica americana al momento dell’uscita. Nessun singolo fu estratto. Nessuna promozione convenzionale fu attivata. Rolling Stone non lo recensì subito. Il pubblico non seppe come collocarlo.
Solo negli anni ’70, con articoli di Lester Bangs e altri critici, Astral Weeks fu riconosciuto come uno dei dischi più influenti del XX secolo. Oggi è considerato un capolavoro, inserito in tutte le principali classifiche di album fondamentali.
