In Fonoteca
Il titolo arriva così, diretto, e subito nasce la domanda,
ma chi sono?
I The Macks vengono da Portland, Oregon, una città dove il rock indipendente ha sempre avuto un carattere istintivo, rumoroso, pieno di energia da sala prove. Il loro suono nasce proprio lì, un rock che mescola garage, blues e psichedelia, con un’attitudine punk che rende tutto più veloce, più sporco, più vivo. Le chitarre non cercano la perfezione, cercano l’impatto; la voce non è levigata, è un grido che si appoggia sul ritmo come se fosse un altro strumento.
Bonanza, by The Macks
L’album Bonanza si apre con questa stessa forza.
I brani hanno un passo che ricorda una cavalcata, ma non quella dei film western classici, è una corsa urbana, piena di curve, di frenate improvvise, di accelerazioni che sembrano nate sul momento. I brani raccontano molte storie che sembrano confluire in unico grande racconto a capitoli, la musica costruisce un’atmosfera, un mix di immaginario western e vita cittadina, come se vari mondi si fondessero nel tutto.
A metà dell’ascolto, mi torna alla mente la graphic novel che sto traducendo Theft: The History of Music. Non perché Bonanza la citi direttamente, ma perché sembra incarnare l’idea centrale del fumetto, la musica come trasformazione continua. Qui non c’è un “furto” evidente, non c’è un tema preso da un altro brano. C’è piuttosto un modo di respirare dentro un immaginario comune; il West, la cultura pop americana, le serie TV, i film, i suoni che il gruppo della West Coast ha assorbito.
La cover dell’album rende tutto ancora più chiaro. La scena è una strada in bianco e nero, con insegne che sembrano appartenere a un’America urbana di qualche decennio fa. E in mezzo, come un’apparizione, c’è questo personaggio verde, un costume da uccello, occhi enormi, becco, piume, una maglia con scritto “Bonanza 6”. È un elemento completamente fuori contesto, quasi un cartone animato caduto dentro una fotografia d’archivio. È un’immagine che gioca con la memoria pop, prende un titolo carico di significati e lo mette in un luogo, creando uno scarto, una frizione, un piccolo shock visivo.
Forse è proprio questo il senso dell’album. La cover diventa una metafora del disco, un incontro tra passato e presente, tra immaginario collettivo e invenzione personale. Non è un omaggio, non è una parodia. È un modo di usare il passato come materiale, senza esserne prigionieri. È lo stesso tipo di trasformazione di cui parla Theft: The History of Music, non un plagio, ma un modo di far vivere ciò che ricordiamo dentro qualcosa di nuovo.
Bonanza dei The Macks nasce da questa tensione. Non racconta il West, ma racconta ciò che il West è diventato nella cultura pop, un insieme di immagini, ritmi, sensazioni.
I brani dell’album seguono una linea comune.
Chitarre distorte, ritmi veloci, un’energia da concerto in un locale piccolo e affollato. Alcuni pezzi puntano su riff ripetitivi e martellanti, tipici del garage rock; altri si aprono in sezioni più psichedeliche, con chitarre che si allungano e voci che diventano più lontane, quasi sognanti. Ci sono momenti più blues, dove il groove rallenta e la voce si fa più ruvida, e momenti più punk, dove tutto accelera e sembra sul punto di esplodere. L’album alterna tensione e rilascio, caos e controllo, come se ogni brano fosse una variazione sul tema dell’energia pura.
