Libertà negli occhi
Se era un gioco non è stato divertente
ma chi ha deciso poi che stessimo giocando
Niccolò Fabi
Il 19 maggio 2025 a Base Milano c’è stata la presentazione del nuovo album Libertà negli occhi.
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video, Niccolò Fabi – L’amore capita
Stream e CD, LP edizione limitata https://niccolofabi.lnk.to/libertanegliocchiID
Niccolò Fabi in una lunga riflessione a ruota libera ha espresso l’emozione, l’intenzione, e l’ispirazione musicale delle nove canzoni.
La musica di sottofondo della vita
E questa musica è un sottofondo meraviglioso. Quando senti la tua musica di sottofondo alla vita, ti regala una sensazione incredibile, perché ne è uscito qualcosa di davvero speciale.
sottofondo
Vabbè, ormai è andata, non si torna più indietro.
Ed è buffo, perché, come potete immaginare, dietro a molte di queste canzoni ci sono cose di una certa rilevanza nella mia vita, o comunque che hanno subito un processo, un lavorio. Vederle meravigliosamente dal mio punto di vista, leggere, spaziare in un’ex fabbrica così, davanti a persone che stanno prendendo uno spritz, le rende umane, le rende naturali. E quindi, devo dire, mi ha colpito molto questo momento, per la prima volta, e ho capito che è andata ormai.
E devo dirvi, presuntuosamente, che mi ha fatto una bella sensazione. Uno dei miei principali dubbi era, dopo averle registrate in questo meraviglioso isolamento e in una condizione ambientale molto caratteristica – perché vi dovete immaginare questa baita di montagna in un luogo davvero un po’ sperduto, di fronte a un lago ghiacciato dove abbiamo fatto una coabitazione meravigliosamente forzata per una decina di giorni, senza contatti con il mondo esterno – era questo: potete immaginare che le cose lì ci sembravano molto naturali, perché erano molto condizionate dall’ambientazione. Però poi il dubbio, scendendo a valle (e ce lo siamo detti proprio in macchina scendendo), era: “Ma poi quando ognuno di noi arriverà a casa propria, quando risentirà queste canzoni – boh, nel mio caso nel traffico del Lungotevere – quanto rimarrà di significativo? O quanto risuonerà al di fuori di quell’ambiente?” Amicizie estive e “cotte invernali”.

È come quando stringete delle amicizie meravigliose, gli amori dell’estate che in quel momento sono tutto, perché sono assolutamente ambientati, sono la fotografia di un momento meraviglioso. Poi non reggono l’inverno spesso, si spengono giustamente con l’estate. Ecco, io a un certo punto ho temuto che fosse stata una “cotta invernale da settimana bianca”, e che poi mi sarebbe sembrato un po’ strano riascoltarla al di fuori. Questa prima sensazione, che avevo molto forte, mi ha abbastanza consolato da questo punto di vista. Ne sono contento.
Poi il disco, come sapete, è uscito da qualche giorno, quindi anche voi forse avete iniziato a sentirlo da poco, state un po’ iniziando a farlo entrare piano piano in qualche momento della giornata. E quindi è difficile, immagino, darne un giudizio. E allora volevo semplicemente raccontarvi due cose prima di ascoltare, se vorrete, che è molto interessante per me, un po’ di vostre considerazioni e domande, perché, come potete immaginare, sono molto curioso anche di vedere quanto è rotolato fino a voi di queste cose.
La creatività e l’età
Nelle note che ho accluso al disco, che hanno molto incuriosito il giornalismo italiano – sempre alla ricerca di una spettacolarizzazione di qualsiasi considerazione – ovviamente nel momento in cui io dicevo la famosa frase, tra virgolette, che li ha molto incuriositi: “A una certa età, no, finita la fertilità“, quelle cose lì, l’analogia fra la biologia e l’ispirazione, e sempre alla ricerca della dichiarazione del “è l’ultimo, poi mollo”, perché ovviamente è più spettacolare come affermazione.
In realtà, quello scritto non era per loro, ma era per voi, cioè per gli ascoltatori.
Per darvi una piccola chiave di lettura di tutto quello che avreste letto e ascoltato, cioè per introdurvi al mio stato d’animo. Non tanto una dichiarazione di intenti, anche perché chi è che può fare dichiarazioni valide per il futuro? La vita è talmente sorprendente, ogni giorno ti può regalare cose belle e brutte, per cui uno che dice: “D’ora in poi non farò più una cosa, non farò mai quello” è sempre da prendere con le pinze.

Quindi non era una dichiarazione, ma era uno stato d’animo che ha molto caratterizzato poi la scelta di fare questo disco, cioè la sensazione vera, evidente, che è vero che la creatività ha a che fare con la fertilità e la fertilità ha a che fare con l’età anagrafica. Ha voglia a dire che poi l’età è quella che noi dimostriamo! No, non è vero. Io non credo che l’età sia quella che dimostriamo. L’età è quella che abbiamo, che ci dice la carta d’identità. Poi ognuno, evidentemente, per la vita che ha fatto, per la fortuna genetica o sfortuna genetica, la vive in maniera diversa, e l’estetica magari può suggerire una età diversa.
Connessioni Generazionali e l’Autenticità Artistica
Sento dei grossi punti di contatto con le persone nate nel mio anno, non tanto da un punto di vista di valori, quanto di memoria. Memoria di oggetti, di sigle di cartoni animati, di pubblicità, di gettoni telefonici; cioè, di tutta una serie di esperienze che hanno poi caratterizzato la sensibilità. Il fatto di essere nati in un’era senza internet è già un fattore estremamente discriminante nella sensibilità che ognuno di noi sviluppa. Poi questo non è una condanna a essere tutti uguali, per carità. Ci sono punti di contatto benissimo intergenerazionali, e lo sappiamo.
Però io ho sentito questa evidente penuria di motivazione alla scrittura rispetto a quando le prime canzoni erano invece fuoco vivo, una testimonianza delle prime grandi esperienze traumatiche o meravigliose: il primo innamoramento, la prima delusione, il primo grande dolore, la prima perdita, la prima nostalgia… potete immaginare, no? Tutte le persone che scrivono canzoni ve lo possono confermare.
Quando scrivi la sorpresa di un’emozione vissuta per la prima volta, le tue canzoni, belle o brutte che siano, sono proprio scintillanti. Sono tutto quello che sei, sono proprio il confidente, l’unico vero confidente dei tuoi segreti.
Io, ovviamente, nel tempo non posso che aver mutato questa sensazione e, inevitabilmente, anche quando diventa la tua ragione di vita, il tuo “perché”, il tuo mestiere e colleghi il pubblicare le canzoni anche a una serie di conseguenze nella vita, nella sopravvivenza, c’è il rischio – in percentuali diverse in ogni, diciamo, artista (scusatemi la parola) – di innaturalezza, di non spontaneità, mancanza di autenticità.
La Fragilità dell’Autenticità
Nel mio caso, l’eventualità di una mancanza di autenticità è estremamente pericolosa. Perché? Perché anche da un punto di vista puramente di logica, quasi professionale, per non dire di marketing, so che non mi posso permettere, per il mio linguaggio, di non essere autentico.
Se ho una forza comunicativa e un’intensità, deriva proprio – perdonatemi – dalla verità che c’è dietro alcune cose. Quindi, mentre alcuni dischi o artisti che hanno un altro tipo di linguaggio possono anche permettersi una scivolata di assenza di ispirazione (tanto la loro forma artistica non si poggia su quel fuoco, su quell’intensità), io purtroppo non me lo posso permettere.
Perché se a me togli quella cosa e rimane solamente la mia vocetta con la chitarrina, sono veramente uno, perdonatemi, qualsiasi. Non lo dico con finta umiltà, è vero, è sempre stato così.
Poi io invece so che quell’intensità che ho non si trova facilmente. E quindi questa è una cosa che non posso diluire. Per questo io non suono, oltre alle poche volte in cui faccio i tour, perché so che non posso diluire quell’intensità. Se lo facessi tutti i giorni, non sarebbe così forte com’è quando lo faccio, perché percepisco l’unicità anche ancora del parlare di fronte a voi o del dover scrivere una canzone. Quindi, diciamo che questo era un pochino lo stato d’animo.
Un Aneddoto e la Ripetizione Stile
Poi questo disco ha un piccolo aneddoto che so che di solito può anche stemperare la pesantezza delle mie considerazioni. L’aneddoto riguarda il momento in cui ho capito che questo disco ci sarebbe potuto essere. Perché l’album “Tradizione e Tradimento” è di sei anni fa. È vero che c’è stato in mezzo “Meno per Meno“, ma lo sappiamo, “Meno per Meno” non ha l’unicità di un disco a tutti gli effetti. Era un disco nato grazie alla fortuna di poter vivere l’Arena di Verona e di potervi offrire una testimonianza registrata di quello che avremmo fatto all’Arena, ma non ha, diciamo, la storia, non è un libro come possono essere tutti gli altri.
Quindi, in questi sei anni, appunto, io avevo avuto tanti dubbi rispetto alla penuria di queste canzoni, anche se avessi potuto aggiungere un’ulteriore sfumatura. Immerso in questi pensieri la scorsa estate, ho fatto un viaggio da Roma a Spoleto per andare al Festival dei Due Mondi come spettatore. Ed era appena uscito, credo forse da qualche mese, il nuovo disco di Fink, che è un cantautore inglese che a me piace molto. E allora, immagino che lo facciate anche voi: i viaggi in macchina mi piace caratterizzarli dall’ascolto magari anche di un nuovo disco di un artista che mi incuriosisce.

E quindi ho detto: “Vabbè, mettiamo e vediamo che ha combinato ‘sto Fink“. Parte e me lo sento tutto in macchina durante il viaggio. E arrivato in particolare, credo all’altezza di Orte o subito dopo Orte, parte una canzone che sia la quinta, “Be Forever like a Curse“, mi sembra si chiami (poi sapete, col fatto che si guidi non si guarda qual è il titolo).
E a parte che è un arpeggio di chitarra con il solito suono di chitarra di Fink, con la solita melodiosità delle sue canzoni, il tipico suono della voce di Fink, tutto abbastanza, se vogliamo, rassicurante e prevedibile: un ennesimo disco di Fink, né più né meno. Questa cosa, arrivato a Spoleto, mi ha dato una serenità incredibile. Mi ha fatto pensare: “Ma io dagli artisti che amo, cosa voglio tutto sommato?“
Parlo da ascoltatore: che siano semplicemente quello che sono, anche una apparente ripetizione della loro creatività, del loro stile. Ma se io scelgo di dedicare mezz’ora, quaranta minuti della mia vita a un artista che conosco, è probabilmente perché so che lui mi può dare quello stile, quel linguaggio. So che saranno quaranta minuti caratterizzati da un’atmosfera ben precisa.
L’Artista contro il Desiderio dell’Ascoltatore
E quindi la smania dell’artista di voler perennemente magari evolversi, anche proporre nuove soluzioni, nuove sfaccettature di se stesso e quindi anche trasformando la sua musicalità o il suo linguaggio, mi rendo conto che a volte è più un’ossessione dell’artista che un desiderio del suo ascoltatore. Perché, sapete, abbiamo talmente tanta musica a disposizione adesso, nel bene e nel male, che se vogliamo caratterizzare il nostro pomeriggio con un’atmosfera jazz anni ’50, sappiamo dove andarla a trovare. Se vogliamo invece caratterizzare una nostra festa con una musica elettronica molto spinta, sappiamo dove andarla a trovare. Se vogliamo dedicarci un tè alle cinque del pomeriggio con musica barocca, sappiamo dove andarla a trovare. Cioè, ognuno di noi artisti rappresenta proprio anche un’atmosfera, inevitabilmente. Quindi personalmente, io per esempio, i dischi che hanno mille stili al loro interno non riesco ad ascoltarli mai, semplicemente perché ognuno di questi elementi magari mi sposta emotivamente da una parte.
Coerenza Artistica e Comfort Zone
Allora, è come se a un certo punto, nel disco di Nick Drake, partisse un pezzo in cassa in quattro, allegro e divertente. Io, come ascoltatore, lo vedrei come la sua legittima possibilità di esprimersi in tutte le direzioni da una parte, sì, e lo rispetterei forse nel suo desiderio. Però, come ascoltatore, la skipperei quella canzone. Così come, al contempo, se metto un disco che ne so, dei Chemical Brothers, e poi arriva un pezzo chitarra e voce… Ma se devo sentire chitarra e voce, mi ascolto un’altra cosa! Perché mi dovrei ascoltare i Chemical Brothers con tutto il rispetto?
E quindi, alla fine di questo viaggio, mi sono detto: “Ma tutto sommato, che devi fare? Fai un pezzo alla ‘te’, io!”. Tutto sommato, ho questa fortuna/sfortuna che dopo trent’anni forse ho un’identità evidente. Me lo riconosco anche negli argomenti che tratto, nel modo in cui armonizzo o faccio le mie melodie, negli arpeggi.
Sono ripetitive a volte? Sì, è vero. Ma poi, tutto sommato, la ripetitività, all’interno di tutte le confusioni che abbiamo nella testa, può essere anche una zona di conforto, no? Adesso si chiama “comfort zone”. Ho capito che la frase da utilizzare in questi casi è “comfort zone”, e viene spesso utilizzata come qualcosa da cui sfuggire, per affrontare nuovi traguardi. Invece, io non dico di essere un fan della comfort zone, però non ne vedo solamente gli aspetti negativi, ecco. Laddove uno ha soprattutto un’irrequietezza nell’animo, il conforto, ragazzi, soprattutto da una certa età in poi, è una meraviglia. Quindi ho detto: “Eh, quante pippe ti fai come sempre! Fai un pezzo alla ‘te’!”
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Video, Niccolò Fabi – Al cuore gentile
Libera Riduzione e Parafrasi di “Al cor gentile rempaira sempre amore” di Guido Guinizelli, poeta e letterato bolognese del XIII secolo
La Nascita de L’amore capita è la Pace con la tradizione
E allora io sono arrivato in questa camera a Spoleto e ho iniziato a fare un giro di chitarra, scopiazzando quello di Fink. Poi, come sapete, ogni volta che uno prende un esempio già preesistente, è impossibile farlo uguale automaticamente. A parte che tecnicamente io non so arpeggiare come sa arpeggiare lui, quindi l’ho adattato al mio modo di arpeggiare la chitarra ed è uscito l’arpeggio della canzone “L’amore capita“. E poi, forse credo di aver aggiunto… forse non so se la frase “se era un gioco non è stato divertente, ma chi ha deciso poi che stessimo giocando?” Un po’ forse perché me l’ero appuntata o forse l’aveva detta qualcuno, non mi ricordo adesso qual è la fonte. Però ce l’avevo in testa e quando l’ho appuntata semplicemente sulle note del telefono, mi sono reso conto che, per banale che fosse, era giusto che esistesse quella sfaccettatura di me che, ribadisco, poteva essere un’ennesima cosa, tutto sommato non innovativa. Però ho sentito, ecco, per la prima volta, che poteva esserci, che potevo far pace con “Tradizione e Tradimento”, no? Sapete che il disco precedente era tanto proprio legato a un’irrisolutezza di questo dissidio. Ecco, forse la sensazione è che in questo disco ho fatto un po’ pace con questo, anche col fatto che posso essere quella cosa lì.
Mi sembra già un miracolo che abbia una cosa a mia disposizione, una freccia. Quindi so che quella freccia, insomma, poi alcuni cuori li colpisce. E quindi, tutto sommato, lì ho pensato che non sarebbe stato giusto affannarsi a un’ipotetica rivoluzione, che era solamente una mia perversione, ecco.

Il Viaggio Creativo in Montagna
E quindi, diciamo che è nato un pochino questo percorso. Alcune canzoni le avevo già, tre o quattro che mi sembrava avessero dignità di esistere. Però non sentivo in altre, devo dire, un fuoco sufficiente per pensarle pubblicate. Allora ho immaginato che dovessi in qualche modo stimolarne la potenza comunicativa, aggiungendo non semplicemente la mia parte di scrittura, ma un qualcosa, un’esperienza vissuta e magari con qualcuno accanto che mi aiutasse a renderla ancora più emozionante. E cosa più di un viaggio fatto insieme può essere stimolante in questo senso?
E allora ho pensato: “Qual è il luogo che più di tutti rabbonisce le mie inquietudini e mi ridimensiona tantissimo le preoccupazioni, le ansie?“ La montagna.
La Montagna: Rifugio dall’Ansia Competitiva
Per quanto sia molto bello sciare, ultimamente, e lo dico con un po’ di snobismo – lo sapete, sono di Roma dei Parioli, quindi sono snob per natura, proprio per nascita; me lo posso permettere, ho il curriculum adatto per esserlo, “snob radical chic”, ho tutte quelle caratteristiche che possono togliermi credibilità, ma mi sto stappando la bottiglia anche se sono Pariolino, la so aprire (di solito le cameriere me l’hanno sempre aperta, ma oggi lo faccio io così). Che vi stavo dicendo? Mi sono perso, ovviamente. La montagna, grazie Dottor Divago, come sempre sono andato da un’altra parte. La montagna… ecco, lo sci in realtà rischiava di farmi vivere la montagna un pochino più da un punto di vista atletico, competitivo, e non di pura immersione in un’atmosfera. In alcune zone, in alcuni momenti dell’anno, sapete, anche per la penuria di neve ormai, c’è un evidente affollamento di esseri umani che si accalcano agli impianti di risalita nel desiderio poi di prendere la pista migliore e andare più veloce degli altri. Questo mi ha un pochino impedito di godermi la montagna. Invece, pensavo a una montagna isolata. Avevo appena visto il film Le otto montagne, per dire, che immagino abbiate visto. Era uscito o stava per uscire Vermiglio, peraltro un film fortunatissimo. E il caso ha voluto che, nella ricerca di un luogo adatto per poter portare strumenti eccetera, la situazione più congeniale fosse appunto uno chalet in Val di Sole, vicino appunto a Vermiglio.
Perché? Perché è uno chalet che in realtà è un ristorante. Quindi se quest’estate potete andare sul luogo del delitto, sapete, c’è lo Chalet Dante al Lago dei Caprioli – se avete visto il video, poi c’erano i tavoli, non Angelini e la sua tenda, però diciamo comunque degli altri sfizi. E la cosa bella di questo ristorante è che aveva, appunto, in quanto ristorante, una sala grande per poter coesistere fisicamente con tutti gli strumenti e, oltretutto, una bellissima vetrata che dava su questo lago che io avevo visto, perché c’ero stato due o tre estati fa, però l’avevo visto d’estate, piena di gente e con il lago liquido. Adesso a dicembre, a gennaio, non c’era nessuno ed era ghiacciato.

Un Privilegio e un Sogno Invernale
Perché sennò tutti gli altri masi lì vicino, come potete immaginare, magari erano molto belli, caratteristici, avevano delle stanze meravigliose eccetera, ma raramente avevano una sala, un salotto ospitale. E quindi ci siamo avventurati in questa esperienza, devo dire, memorabile, che credo in noi che l’abbiamo vissuta ci rimarrà sempre scolpita come uno dei più grandi privilegi che un essere umano, un musicista, possa vivere: cioè sentirsi giustificato a farsi un regalo così bello, giustificato da un fatto lavorativo –
“Sto andando a lavorare!” In realtà, stai andando a vivere un sogno. Un sogno, non dico una settimana bianca, però se vi facessi leggere la chat che c’eravamo fatti noi prima di partire, un delirio! Fatto di ognuno che si comprava uno strumento nuovo, diceva: “Io ho comprato questo, io ho comprato quest’altro!“.
C’era quello, io, Angelini che portava… vabbè, i bomboloni, piuttosto che: “Ma se ci sono gli orsi lì?“. C’era anche il problema effettivamente della convivenza con gli orsi che adesso io ci rido, ma se avete letto, sapete che, insomma, in Val di Sole in particolare c’è una concentrazione enorme di orsi che creano alle persone residenti non poche ansie. Senza affrontare quel tema, però ovviamente, da un punto di vista puramente di un’avventura, noi eravamo molto preoccupati i primi giorni. Proprio facevamo queste passeggiate attorno al lago, tipo così, guardandoci le spalle come se stessimo in campagna di Russia.
Facevamo ridere! Non faceva neanche così freddo tutto sommato, perché sappiamo purtroppo che la neve si scioglie anche d’estate lì a 1300 metri. D’inverno, a 1300 metri, stavamo a 2-3° durante il giorno. E quindi eravamo sempre Totò e Peppino, sapete, con tutto il pelliccione. Divertentissimo!
Organizzazione e Improvvisazione in Montagna
E quindi, cosa abbiamo fatto lì? Io mi ero fatto un piccolo schema mentale per cercare di avere un minimo di garanzia che non sarebbe stata solo una vacanza, perché ovviamente non avrei potuto banalmente far pagare alla mia casa discografica una vacanza senza portare indietro qualcosa di un po’ concreto, per quanto possa essere concreta la musica. E allora io avevo comunque quattro canzoni che avevo già registrato a casa e che mi sembrava avessero già una loro chiarezza sia come scrittura sia come ambientazione sonora. Avevo tre o quattro canzoni di cui non ero soddisfatto dal punto di vista del suono, ma ero abbastanza soddisfatto come scrittura. E poi avevo brandelli di testi che non avevano ancora trovato un matrimonio felice con il suono, e dei giri musicali che non avevano invece ancora una narrazione letteraria.
Questo per poter immaginare che, nel momento in cui fosse scattata una jam session, una nottata così di totale libertà musicale, magari avrei potuto approfittare di qualche testo preesistente e vedere come si sarebbe potuto accoppiare con qualcosa di originale. Perché immaginavo: sai, ti lasci andare un giorno a una totale improvvisazione, magari non arrivi a nulla di concreto. Poi il giorno dopo: “Ok, perfetto, abbiamo cazzeggiato, ora facciamo questa cosa qui che ha già una sua idea più precisa“. E devo dire, ragazzi, è andato tutto bene! Tecnicamente comunque era un ristorante e tutto ha funzionato: la corrente c’è stata sempre, l’acustica tutto sommato era dignitosa.
La Coabitazione Perfetta del Gruppo
Anche la coabitazione del gruppo è stata meravigliosa. Anche lì io avevo un pochino così, fatto un programma nella mia testa, però solamente la pratica avrebbe potuto in qualche modo confermarmelo o meno. Cioè il fatto di unire il gruppo, le persone con cui avevo già vissuto tante esperienze insieme, anche complicate sia da un punto di vista logistico che emotivo.
Nuove Dinamiche e la Collaborazione Artistica
E quindi, cosa abbiamo fatto lì? Io speravo che tutti noi, in qualche modo, potessimo trovare nuova vitalità e nuove dinamiche anche al nostro interno, con delle novità, con delle persone che avrebbero potuto rompere quell’automatismo di una band che sta insieme da tanto tempo. Allora, avevo avuto modo negli ultimi due o tre anni di essere in contatto molto stretto con Emma Nolde, una cantautrice molto giovane, ma già molto matura nel suo modo di guardare alla musica. Una preparazione anche tecnica da musicista estremamente al di sopra del comune. E sentivo tanti gusti in comune, ma allo stesso tempo anche tanti territori inesplorati. Inevitabilmente, anche il fatto che la sua età anagrafica avrebbe potuto apportare tanti stimoli diversi, sia per le conoscenze specifiche di sonorità e di modi di lavorare che sono inevitabilmente legati a un modo diverso dei “nativi elettronici”.
E poi, non tanto per rubarle delle idee, ma quanto per vedere quanto noi ci saremmo riaccesi o accesi in maniera diversa nel momento in cui avessimo avuto delle sollecitazioni diverse, con una voce diversa. E Cesare Augusto Giorgini, che era fino a un mese prima un mio studente (fa ridere detto così, però io frequento, insegno, fa ridere… frequento l’Officina Pasolini, che è una scuola d’arte romana), avevo conosciuto Cesare come cantautore in questa scuola. Era stato un mio studente molto bravo anche lui, con un ottimo equilibrio fra la parte della creatività, della scrittura, e la parte invece della composizione e della gestione delle macchine. E caratterialmente mi sembrava estremamente integrabile.

La Nascita di “Alba” e la Visione Strumentale
E quindi, abbiamo formato questo gruppone, e dove è accaduto qualcosa di abbastanza sorprendente, perché è accaduto quello che speravo accadesse: cioè, che alcune cose che non esistevano sono assolutamente nate lì. Forse non so se è stato proprio il primo giorno, non ricordo esattamente, però abbiamo iniziato a suonare. Io avevo un giro di chitarra più o meno portato da casa, ho iniziato a suonarlo e ognuno ha preso uno strumento fra i mille che avevamo portato lì, molto in eccesso rispetto a quelli che potevano essere utili, ma proprio per stimolarci questa foga giocosa. Abbiamo iniziato a suonare, ed era quella che è la canzone “Alba“. Ed era proprio un take di sovrapposizione di suoni senza una struttura di canzone. E mentre la suonavamo – e mentre sembra una cosa un po’ romanzata, però è così – e mentre guardavo fuori da questa vetrata, questo panorama incredibile, mi sono ricordato che avevo appuntato una frase precedentemente.
Una frase che è la frase di quel testo, cioè: “Io sto nella pausa che c’è fra capire e cambiare”.
Ho provato a cantarcela sopra su questo giro di chitarra, e ha trovato subito la sua destinazione. Tant’è che non solo quella canzone rimarrà forse in noi che abbiamo vissuto quell’esperienza, forse il ricordo più vivo, come appunto le canzoni delle vacanze d’estate, degli amori d’estate, no? Magari è il Jukebox (ora parlo appunto degli amori, cioè vedi Jukebox, cioè esistono i Jukebox adesso ancora nelle gelaterie davanti al mare, i campeggi). Vabbè, e quindi quella canzone è peraltro, devo dire, anche un mio ideale di possibile evoluzione futura della mia musicalità. Poi magari mi contradico, però mi piace veramente tanto.
In questo disco lo sentirete, le parti strumentali che sempre di più nella mia vita prendono un’importanza quasi maggiore della parte letteraria. Cioè il fatto che piano piano la voce narrante scompaia, no? Che la voce narrante sia quella che ti accende la storia, ma che poi ti dia la libertà di potertela raccontare tu, la tua storia, sulla base di un’atmosfera musicale che è la sua prosecuzione. No? Quindi, perché, se volete, la voce è sempre un po’ identificativa, identifica chi ce l’ha. Quindi immagino che quando sentite me cantare, inevitabilmente un po’ all’inizio penserete a me, cioè mi pensate almeno un po’, no? Ma voi sapete, non è assolutamente la mia aspirazione. Io veramente aspiro sempre di più a essere nell’ombra. Il mio spotlight in faccia mi imbarazza sempre. Quindi, più in qualche modo le parole accennano un terreno sul quale ognuno di voi può rivivere la propria vita o accompagnarla, e possa rivedere se stesso in quelle canzoni e non me, è il mio massimo obiettivo.

Nessuna Battaglia: La Resurrezione della Musica
Tecnicamente, credo che sia anche utile a dare significato ad alcune storie dolenti che io racconto, perché spesso nella musica trovano una resurrezione. E c’è una canzone nello specifico a cui io tengo molto di questo disco che si chiama “Nessuna battaglia“, che è proprio strutturata così, anche se ci è venuto istintivo. C’è un testo molto complicato da un punto di vista emotivo; se un po’ conoscete quello che ho fatto, è un po’ una prosecuzione ideale della canzone “Vince chi molla”. È un modo di affrontare le sensazioni che si uniscono all’evoluzione un po’ spiacevole del nostro corpo, quella che possiamo chiamare malattia, che ci può far sentire della vita e del nostro corpo cose molto potenti, molto paurose anche, e che spesso vengono definite “battaglia”, no? “Ha vinto, ha perso la sua battaglia contro la malattia“.
Che è un modo in cui, ammetto, non posso riconoscermi, proprio non credo che chi affronta quel percorso sia aiutato dal pensare che stia facendo una cosa da cui c’è una medaglia se hai vinto o ti debba sentire perdente se la malattia ha prevalso su di te.
Quindi, comunque, era una canzone che sì, poi la puoi leggere anche come rapporto con te stesso, con la propria guarigione, non decisamente non solamente da qualcosa di potenzialmente letale, anche se è solo la letalità delle cose che ci fa gustare l’importanza della vita.
Ora dico cose banali, ma sappiamo tutti che è così, e poi da una certa età in poi non puoi non pensarci, no? Quella canzone nasce in quella maniera. E quando ne avevo fatto il provino a casa a Roma, finiva così come iniziava, era un po’ “Vince chi molla“, cioè comunque a livello di atmosfera, pianoforte, quella cosa lì, la nota bassa che conclude la cosa.
Una cosa meravigliosa che è accaduta lì suonandola, io suonavo il pianoforte, su quella nota bassa finale, che comunque inizialmente rappresentava la conclusione, non mi ricordo chi, forse Emma Nolde, forse Cesare, non lo so, ha iniziato sulla nota un bordone finale a fare un giro. E sulla base di questo giro, Bob, non ricordo, ha fatto partire la batteria elettronica. E parte un giro di batteria elettronica. Io a questo punto lascio il pianoforte e prendo l’armonium, questo strumento meraviglioso indiano, se lo conoscete, sicuramente, che è un mantice, è un polmone, è un respiro continuo. Non a caso viene utilizzato spesso per recitare mantra, per meditare, per sedute yoga. E quindi io prendo questo e inizio proprio a respirare dentro questo strumento. E questa canzone che stava finendo come una campana, non dico a morte, ma quasi, prende una sua vitalità e comincia una cavalcata sempre più dinamica.
Tant’è che a un certo punto credo che siano stati proprio Alberto e… che hanno iniziato a urlare, “Oh!”, come se fosse allo stadio, un coro in qualche modo di vittoria in quel caso, ma comunque di gioia. E infatti voi lo sentirete nella canzone “Nessuna battaglia” sul finale, si sentono le voci che poi sono rientrate dai microfoni della batteria, quindi poi le abbiamo lasciate così, non abbiamo neanche voluto fare il coro bello, sarebbe diventato più prodotto, meno autentico. Invece io faccio quello “Oh!”, entra dal microfono dell’armonium.
E quindi è… ecco, per dirvi come la parte strumentale, la musica, abbia secondo me tantissimo aiutato il significato di quelle parole. Nel mio caso proprio perché spesso sono magari momenti meno divertenti, la musicalità, la gioia che noi abbiamo avuto e provato nel suonarle quelle canzoni, spero davvero che abbiano reso anche le considerazioni meno felici in qualche modo vitali. Ecco, se c’è una cosa che riconosco a questo discorso, è tanta la vitalità, questo muore per la vita nelle sue varie stagioni molto forte. Detto questo, mi taccio perché credo che sto parlando da un’ora, come mio solito.
Verso una Nuova Libertà Artistica
Un gruppo di lavoro professionalmente riconosciuto, che anche nei confronti dell’esterno fosse un riparo e un conforto. Il disco “Nuovo Mesto” comunque era stato fatto con un produttore, sì, eravamo andati a Nuovo Mesto, però comunque è vero che io andavo da quella parte lì, ma ancora non ero così sicuro da poter dire: “Venite con me, vi porto dove vorrei“. Mentre “Solo un Uomo” è stato fatto un po’ mezzo a casa, mezzo no; anche su quello non ero ancora così sicuro come lo sono stato con una somma di piccole cose, dove a quel punto però ero veramente certo che questa cosa sarebbe potuta accadere.
All’epoca di “Solo un Uomo“, un pochino no. Ed è vero che non ero ancora libero, però mi hai fatto pensare: è vero che in quella canzone già forse l’accennavo a questa speranza. Lì tracciavo probabilmente una linea, una direzione che però non ero assolutamente ancora in grado di seguire. Poi oltretutto, quel disco forse è uno di quelli che è andato peggio da un punto di vista del riscontro del mercato, e quindi quella cosa lì mi ha anche un pochino potenzialmente fatto perdere delle sicurezze. Poi vabbè, poco dopo, dentro “Solo un Uomo“, è successo qualcosa nella mia vita che ha sparecchiato tutto. A quel punto non valeva più niente la preoccupazione “mercato sì, mercato no”. Ed è iniziato un’altra meravigliosa fase della mia vita in cui quella libertà è stata molto più un faro da seguire davvero. E probabilmente sì, adesso credo di esserci arrivato. Sì, direi proprio di sì.
Affezione e Rallentamento: La Mia Lingua
Insomma, dopo tanti anni, so che c’è un gruppo di persone – per fortuna non così minimo – che si sono un po’ affezionate alla mia voce e alla mia “lingua”. Perché evidentemente mi rendo conto che parlo proprio una lingua che, al di là degli argomenti, forse, se ti piace il francese, il suono della lingua francese non dico che sia secondario l’argomento, però è proprio un suono che ti rilassa.
Io mi rendo conto che la mia voce, il mio modo di parlare, tende a rallentare, forse un po’ troppo a volte, lo so. Però è un po’ un antidoto rispetto a questa compulsività di cui raccontavi. Questa urgenza, questa rapidità. E quindi è vero che io, in tutto quello che faccio, tendo proprio a rallentare tutto, a non farmi travolgere da questa concitazione continua.
E quindi anch’io, dopo aver vissuto quell’aneddoto che vi raccontavo, ci pensavo. Tutto sommato, non so… così come in alcune serie televisive probabilmente che noi seguiamo e a cui siamo affezionati, e che magari sono alla settima, ottava, decima stagione (non so perché mi viene in mente, sempre per abbassare le aspettative, non Black Mirror, ma I Cesaroni).
No, perché a Black Mirror non ti affezioni ai protagonisti, appunto, mentre ai Cesaroni sì. Io mi sento più un “Cesarone” da questo punto di vista, al di là che Black Mirror è inquietante. Però, per il fatto che mi rendo conto che dopo tanti anni, così come ad alcune serie ti affezioni ai protagonisti e non è che aspetti necessariamente che nella nuova stagione chissà quale evento possa verificarsi da stravolgere le caratteristiche dei protagonisti, hai forse voglia semplicemente di sentirli ancora una volta raccontare una sfumatura della loro personalità.
La Voce che Risuona e la Sfida della Comunicazione
Perché, come hai detto tu, sai che comunque nella tua vita risuoneranno sempre in maniera diversa, perché la tua vita nel frattempo è cambiata. E di quella voce magari, a un certo punto, percepirai delle cose diverse, perché sono quelle cose che in quel momento ti fanno più, tra virgolette, “comodo” perché risuonano maggiormente con te stessa, no? Quindi, in questo senso, sì, mi fa piacere che tu mi tranquillizzi, però diciamo che ne avevo un pochino il sentore. Anche se poi il problema, se vogliamo a livello un po’ più sociale, è che io ho la grande fortuna di confrontarmi spesso con persone – e dico una cosa molto presuntuosa, però – che mi rassicurano sempre sul genere umano. E mi rendo conto che questa è l’ennesima cosa elitaria e snobistica che dico stasera, però è vero che purtroppo noi non siamo un campione molto rappresentativo del linguaggio imperante.

Oltre il Giardino: Il Desiderio di Connessione
Con il rischio sempre da una parte di confortarci: “Vedi che comunque non siamo gli unici a sentire il desiderio di qualcosa, di una lingua, di un atteggiamento nei confronti della vita così“. Poi, allo stesso tempo, sarebbe bello che questa voce, che questa lingua, arrivasse un po’ oltre questo giardino, per non rimanere sempre in quella sensazione di autocompiacimento che comunque noi siamo quelli che “Ah, che bello, torniamo a casa, ho visto delle facce delle persone che comunque mi hanno confortato“. Poi mi rendo conto che c’è tutto un altro mondo con cui ognuno di noi credo faccia un po’ fatica – io tanta – a convivere, e al quale è molto più difficile comunicare.
La Sfiducia degli Amplificatori Tradizionali
Magari avrebbe anche un desiderio del genere, ma la nostra voce, la mia voce, lì non ci arriva. Ma anche semplicemente perché i mezzi di comunicazione – e questa volta me ne rendo conto sempre di più ogni volta che inizio il giro e quindi inizio a parlare coi giornalisti, e vai a pensare alle radio, piuttosto alla televisione – ogni anno ce n’è di meno. Cioè, ogni anno è più difficile trovare un amplificatore di questo tipo di linguaggio. Nel senso che comunque è un linguaggio che proprio… ormai alle radio non mi invitano neanche più.
Ti dicono: “Massima stima, oh guarda, vabbè, un artista incredibile, c’è una coerenza di pensiero pazzesca eccetera, però la nostra programmazione proprio non c’entra, non entra, non entra, no?” Ed è quello un po’ un peccato, ma non che non entri io, perché a volte penso che sarebbe bello se anche persone non immediatamente vicine a questo linguaggio potessero scoprire che il francese, se parliamo la metafora di quella lingua, non è tutto sommato noioso o altezzoso (i parigini sono antipatici), ma invece che può essere un’esperienza da vivere. Solamente che vi posso testimoniare ancora una volta, sempre di più, che è difficilissimo, difficilissimo.
Cioè, il mezzo di comunicazione ormai è padrone proprio del contenuto. Quel rapporto esclusivo che viviamo solamente adesso, adesso io propongo un contenuto e voi lo ricevete senza nessun tramite. Tutto il resto, da quando apriamo il telefono, ha un tramite che decide esattamente quello che vi deve arrivare, come vi deve arrivare, nella durata in cui vi deve arrivare, sempre più breve ovviamente. E questo un po’ mi inquieta, mi angoscia tanto, perché proprio disabitua lo scambio di pareri in questo modo, cioè questa tipologia di umanità.
Il “Giardino” del Contatto Autentico
Devo dire che questa volta ancora di più dell’ultima noto che è veramente tanto difficile far arrivare questa lingua. Perché anche il più coraggioso dei giornalisti dovrà comunque fare un articolo che dovrà avere un titolo che “non c’entrerà un cazzo con quello che ho detto“, però è più accattivante. E comunque mi fa parlare un’ora e un quarto e poi comunque saranno dieci righe, spesso comunque senza approfondimento. Spesso i giornalisti non sono più giornalisti musicali che ti aiutino il pubblico a capire se quello che stanno per ascoltare li riguarda, li può affascinare.
Poi spesso, ma non per colpa magari del giornalista, ma perché la testata stessa dice: “Guarda, è inutile che fai una cosa del genere, tanto noi non gli possiamo dare spazio a questo tipo di linguaggio“.
Io sono anche un po’ fortunato perché mi rendo conto che invece il giornalismo mi fa parlare, mi rispetta. Però poi alla fine gli spazi sono sempre più inadeguati per testimoniare questo tipo di linguaggio che fa fatica a entrare in quel meccanismo lì. Solo qui, solo in queste occasioni, quando ci vediamo per i concerti o di persona, ho la sensazione che quello che posso raccontarvi vi arrivi esattamente così come vorrei, o il disco. E quindi diciamo che beh, già tanto che ci siamo, che c’è un disco, quindi prendiamo le cose positive di questo momento. Grazie, eh, figurati.
C’è forse… se proseguiamo, “chiamiamola così” adesso, insomma, nelle sue varie sfaccettature, raramente ti racconta di conquiste effettuate, raggiunte, ma ti racconta di aspirazioni, di ambizioni, di traguardi lontani. Forse tu percepisci il fatto che io ci tenga tantissimo ad arrivare lì, a quella condizione che adesso tu indichi io abbia, ma io non ce l’ho. E forse il fatto che ti arrivi tanto questa cosa è proprio perché senti il mio desiderio di qualcosa che non ho.
Perché se ora avessi quella pace, in realtà non te la canterei probabilmente. Quindi forse devi ringraziare che io non ce l’ho, anche se io forse a volte mi chiedo sarebbe meglio avercela e non cantarla più. Poi però evidentemente forse il mio ruolo nel mondo è questo. È vero che c’è tanto mantra, è vero che c’è tanta ricerca diciamo così spirituale, ma perché io utilizzo credo la scrittura delle canzoni tanto per rappacificarmi, per provare.
Attraverso la ripetizione – in questo disco c’è tanta ripetizione, c’è tanto respiro – ma perché in quel rapporto c’è uno stimolo reciproco enorme. E quindi sì, “Il custode del fuoco” è un’altra sua sfumatura, ma c’è veramente in tante di queste canzoni.
La Nostalgia, la Vita e l’Amore Cortese
Spero che non vi sia arrivata la banale, tra virgolette, nostalgia di una persona che non è più giovane nei confronti della gioventù. Perché in quel rapporto, ribadisco, sia con il sé giovane, sia con la gioventù delle persone che attraverso la loro gioventù ravvivano il tuo Eros, ovviamente, in senso sia più sensuale sia in senso proprio di desiderio di ricominciare, di rimettersi in discussione, di scoprire… ammetto è un po’ una mia ossessione, probabilmente lo è un pochino di tutti gli uomini dopo una certa età, però spero di averla restituita in tante sfumature diverse.
Ovviamente, “Casa di Gemma” è un quadretto. Io lo chiamo quadretto perché le canzoni non si possono permettere, non hanno proprio il tempo di spiegare, no? Alludono. Ed è anche bello che tu possa vedere dietro quei protagonisti due persone che tu puoi identificare come fratello e sorella più grande, più piccolo, il docente innamorato della sua studentessa, piuttosto che il padre che parla con sua figlia. In quel rapporto ci sono tanti elementi che da sempre sono estremamente stimolanti, sia visti da parte del piccolo, sia visti da parte del grande. In quella dinamica, secondo me, c’è tanta vita e c’è tanto sapere che possiamo reciprocamente consegnarci. E questo sì, mi è molto importante per me.
Acqua Che Scorre e Cuor Gentile: Infanzia, Fede e Amore
Nello specifico, nella canzone “Acqua che scorre“, la presenza della recitazione del divino era un po’ più strumentale a metterlo in contrapposizione con lo stupore infantile di questo coro di bambini, cioè di poi di due bambini: mio figlio Kim e Emma Nolde che peraltro è lì, e io voglio salutare e ringraziare di tutto. Perché attraverso la sua voce, la voce di Kim insieme, io volevo riuscire a rendere anche attraverso quelle note lo stupore infantile nei confronti di eventi naturali che, visti dal loro punto di vista, sono veramente inconcepibili rispetto a un linguaggio molto diverso che è quello diciamo delle strofe in cui un adulto con un piglio un po’ più professorale vorrebbe spiegare al bambino che in realtà il creato è la conseguenza di una serie di eventi fisici, bla bla bla, piuttosto che invece dal punto di vista più religioso che invece il creato si è formato grazie al fatto che un giorno Dio ha deciso che la notte si doveva separare dal giorno, e la terra dall’acqua.

E quindi è un pochino più strumentale in quel caso al contrasto fra un essere adulto pieno di concetti e un bambino pieno di stupore. È inevitabile che un po’ di piccola preferenza per lo stupore io ce l’abbia, però diciamo che la canzone è un po’ il dialogo anche lì, come prima, fra la stagione della maturità e quella dello stupore. Per quanto riguarda invece la canzone del “Cuore Gentile“, non sono parole in qualche modo mie, perché la canzone è un pochino piccola parafrasi libera della canzone di Guinizzelli “Al cor gentile rempaira sempre amore“, che è stato un altro piccolo regalo della nostra vacanza (ormai continuo a chiamarla vacanza anche se era una registrazione di un disco).
Nel senso che io… quella l’avevo provata così per puro sfizio a ricordare i tempi in cui all’università avevo studiato per tanti anni quel tipo di poesia, sempre affascinato dal fatto che essendo una poesia d’amore all’esordio – perché fino all’epoca comunque la poesia d’amore era semplicemente dedicata a Dio, non ci si poteva permettere di dedicarla a un umano – allora nasce con quella ingenuità in cui amore fa rima con cuore, con cui si possono dire all’oggetto amato (scusate, oggetto, ma in quel caso di quello si trattava, perché spesso nell’amore cortese c’era una visione di una persona e una la chiamavano “immoderata cogitazione“, cioè un pensiero totalmente smodato che partiva da una visione di un… e poi si costruiva quindi un sentimento che non si basava sulla conoscenza, ma si basava proprio sulla visione, sugli occhi).
E quindi da quel punto mi piaceva ricordare quel tempo della mia vita in cui io avevo approfondito quello, e un tempo in cui si potevano scrivere canzoni d’amore anche in maniera così apparentemente ingenua. Ovviamente, tutti noi che scriviamo canzoni d’amore adesso non ci siamo più accontentati di quei meccanismi così elementari, abbiamo provato a raccontarlo con dinamiche un po’ più articolate. E allora io avevo in qualche modo provato a scrivere questa cosa, però ammetto che in un momento in cui suonavamo tutti insieme dalla mattina alla sera non avevo mai trovato un angoletto in cui dire a loro: “Io avrei anche questa ideuzza”, perché mi sembrava di togliere tempo al lato più ludico che stavamo vivendo, no? Del fatto proprio di suonare.
Poi mi ricordo che una sera, mentre Emma, Cesare, Giulio, Albi e Phil andavano nel maso che stava a 300 metri a valle (perché non dormivamo tutti insieme nello chalet, perché in realtà lo chalet, essendo un ristorante, non aveva letti, e quindi io mi ero preso una brandina da mettere tra gli strumenti, Ricky e Bob stavano al piano di sotto, diciamo accanto al bar), e mentre i ragazzi, i “piccoli”, erano tornati a valle, i “vecchietti” stavano lì.
Il Regalo del “Cuor Gentile” e le Esperienze di Gruppo
Io a un certo punto gli ho fatto sentire questa cosa anticipandogliela in questa maniera: “C’era il Guido Guinizzelli, lo Stilnovo, i tempi dell’università”. E secondo me, nella frase che ha accompagnato la fine della mia esecuzione, credo da parte di Ricky, mi ha detto: “Ma è bella! Ho capito tutto!”. Cioè, ho capito che lui si aspettava una rottura di maroni enorme, perché l’introduzione è la versione in italiano di una canzone dello Stilnovo, immaginava una cosa molto più forse verbosa, letteraria e pedante. E quindi la loro prima reazione è stata così confortante. Poi, quando il giorno dopo sono arrivati anche gli altri, e ho preso questo momento che mi ricorderò sempre (è bellissimo), a quel punto era credo un dopocena, dopo che tutto il giorno avevamo suonato. E allora mi sono preso un po’ il mio momento, che forse era giusto che prendessi, tutto sommato, in cui loro sono tornati ad ascoltarmi e basta, senza diciamo interagire in questi due minuti e mezzo in cui mi sono messo lì con il microfono e la chitarra, e ho poi registrato quella versione che è quella che ascoltate sul disco. Quindi, a parte l’aneddoto, però in quel caso Dio entra per questa motivazione. Sul fatto di quello che mi ha lasciato l’eredità del Fabi Silvestri Gazzè, tanto anche questa volta.
La prima volta in maniera evidentemente più forte, perché sicuramente mi hanno dato un po’ più di sicurezza, e quindi effettivamente il mio album più “mio”, “Una somma di piccole cose“, che rimarrà sempre forse il più “mio”, anche perché corrisponde anche a un momento della mia vita molto speciale. Quindi, diciamo che quell’album rimarrà sempre irripetibile, però è stato anche aiutato grazie al fatto che lavorando con Max e Daniele mi ero dimenticato di me stesso, e quindi quando ci sono tornato ci sono tornato amandomi un pochino di più. Com’è stato un pochino anche per “Libertà negli occhi“, perché c’è stato tutto il Circo Massimo, il film che poi ne è conseguito, e anche discorrendo del progetto che ho fatto con il “trio junior” (diciamolo così, non per importanza ma proprio per anche per età) con Roberto Angelini e Pier Cortese, in cui anche lì mi sono allontanato dal mio essere cantautore, e quindi probabilmente ho sentito anche lì un po’ la mancanza tutto sommato del tornare a prendermi il centro della situazione.
Tracklist
- Alba
- L’amore capita
- Acqua che scorre
- Nessuna battaglia
- Casa di gemma
- Chi mi conosce meglio di te (Ft. Roberto Angelini)
- Custodi del fuoco
- Libertà negli occhi
- Al cuore gentile
Il Mistero dello Smoking Rosa (da una domanda dal pubblico)
Sullo smoking rosa, e lì a quel punto concludiamo. Io temo, e questa era un pochino la premessa che avevo fatto oggi nel recuperare quella che tutto sommato è la mia identità musicale, che deludendo qui le prime file (perché lo so che lo aspetterete, però…) che rimarrà una mia… rimarrà un post un po’ sensazionalistico del 2017. Ma credo con difficoltà che la canotta… guarda, tutto sommato, in una situazione più estiva, con abbronzatura, una decina di flessioni prima, magari forse ancora ci potrei provare. Sullo smoking, ragazze mie…
